Il “supremo interesse dei minori”, sì, come dice la legge. Poi però «la riprova che qualcosa è andato storto è che questi bambini, che prima vivevano nelle condizioni che tutti conosciamo ma che non avevano turbe di alcun tipo, oggi si producono gesti di autolesionismo e hanno bisogno dell’assistenza continua dello psicologo» (cit. il sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano). Ché, a essere sinceri, sta proprio tutto qui: la “famiglia del bosco”, il tiremmolla senza fine, quasi quattro mesi tra ordinanze, perizie, strutture protette e riflettori, nel mezzo loro, i piccoli Birmingham Trevallion, 22 anni in tre, spaesati, disorientati, pure comprensibilmente nervosi perché prima, in quel benedetto casolare di Palmoli, tra le cataste di legna e i ragli dell’asino Gallipoli, campavano senza gli agi della vita moderna, studiavano a casa ed erano felici, mentre adesso, alla comunità di Vasto o in quella di Teramo nella quale magari saranno (di nuovo) trasferiti, hanno la corrente elettrica e il wc nel bagno, ma piangono disperati perché i loro genitori non ci sono, vanno a lezione masticando palline anti-stress e se la prendono con le educatrici.
In più nel loro universo sembra iniziare a scricchiolare ogni cosa, a cominciare dalla famiglia che sta dietro e, allora, uno se lo domanda: come possono affrontare, piccini, anche questo? Catherine Birmingham, ai suoi figli, lo ripete ogni volta che può, siamo -una -squadra -finirà, ma quanto può durare? Lei e Nathan Trevallion forse non sono ai ferri corti, forse i loro litigi vengono enfatizzati dai ricami giornalistici, forse vanno capiti per quel contesto di tensione che porterebbe all’irritabilità anche un monaco buddista, eppure qualche crepa paiono sollevarla. Lei che dorme al capanno, lui che si rintana nella “Casetta di nonna Gemma” che un ristoratore teatino gli ha messo a disposizione. Entrambi che rassicurano gli amici («L’amore tra noi due non può essere toccato da nessuno»), ma che nei momenti di agitazione scattano come molle («Perché tutti ce l’hanno con te e con me no? Adesso o fai come dico io o mi riprendo da solo i bambini», Nat a Cate, venerdì sera dopo l’allontanamento definitivo dalla casa famiglia).
Famiglia, nel bosco, Nathan gela Catherine: "Fai come dico io o...", la situazione precipita
Ora anche i Trevallion traballano come coppia di genitori. Nel silenzio dei boschi di Palmoli, mentre la nebbia sale len...Ha ragione Mantovano quando dice che «quello che manca alla giustizia italiana è un po’ di buonsenso comune, di prevedibilità ed equilibrio», ma ha ragione anche dad Nathan che in questa storia è sempre stato più defilato, non si è mai fatto travolgere dalla polemica, si è dimostrato più conciliante che rancoroso: e anche ora, con la spada di Damocle che più che mai gli pende sulla testa, smorza i toni, non cerca lo scontro. «Vi chiedo di non organizzare presidi o proteste», si rivolge ai tanti che hanno mostrato solidarietà alla sua famiglia, «voglio che i bimbi tornino a casa, ma fino a che questo non succede preferisco che restino qui» (tradotto, meglio nella struttura di Vasto che a 140 chilometri di distanza o chissà dove, sarà pure una separazione forzata, ma fa tutta la differenza di questo mondo).
Non foss’altro per quel sospetto, il dubbio più atroce, l’ipotesi più agghiacciante che, domenica, ha paventato il consulente dei Birmingham - Trevallion, lo psichiatra Tonino Cantelmi: lo spauracchio di un’adozione, magari di un allontanamento proprio tra i tre fratellini. Una buona notizia, tuttavia, in questa epopea che doveva durare il tempo di una verifica e invece si sta trascinando da novembre, c’è: «Allo stato attuale non esiste alcun rischio di adozione per quei bambini», spiega Alessandra De Febis che è la garante per l’infanzia dell’Abruzzo, «e il provvedimento adottato (quello di allontanamento della madre, ndr) non ha mai previsto la separazione definitiva dalla loro famiglia. Si tratta di misure temporanee di tutela e i piccoli non saranno separato tra di loro: le istituzioni stanno valutando le possibili soluzioni, compresa quella che possano restare nella struttura che attualmente li ospita per evitare ulteriori drammi».




