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Siena, l'ospedale cambia nome in spregio a storia, cultura e città

Volendo utilizzare un termine tecnico si potrebbe parlare di rebranding, “cambiamento di marchio”, pratica commerciale consueta. Una cosmesi lessicale che però a Siena non funziona
di Tommaso Lorenzinivenerdì 15 maggio 2026
Siena, l'ospedale cambia nome in spregio a storia, cultura e città

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Volendo utilizzare un termine tecnico si potrebbe parlare di rebranding, “cambiamento di marchio”, pratica commerciale consueta. Una cosmesi lessicale che però a Siena non funziona e rischia di banalizzare una questione dall’apparente profilo locale, ma invece profondamente radicata nella cultura e nella storia non solo nazionale, ma dell’intera civiltà europea. In nome di una asettica, inclusiva e ottusa burocrazia è stata affissa l’insegna con la nuova denominazione dell’ospedale cittadino, “Azienda ospedaliero-universitaria Senese”, cancellando la storica dicitura “Santa Maria alle Scotte”. Un cambiamento che ha generato sorpresa, domande, petizioni, interrogazioni dei politici di centrodestra, chat di medici che invitano al ripensamento e, soprattutto, la condivisa sensazione di una deturpazione dell’identità storica della città. Togliere quel Santa Maria non è un dettaglio, mai come in questo caso la forma è sostanza, chi obietta che “sarebbe meglio preoccuparsi dei problemi del policlinico” ha certamente buon gioco ma ignora che proprio in funzione di quel matronimico l’ospedale senese ha raggiunto e vantato per decenni un posto fra le eccellenze. Il Santa Maria alle Scotte non è un’entità autonoma nata dal nulla nel XX secolo, ma l’erede legittimo di quel Santa Maria della Scala grazie al quale è stato coniato lo stesso termine-concetto “hospitalis”.

Posto di fronte alla scalinata del Duomo senese, il “della Scala” (da qui il nome) è stato per quasi un millennio il cuore pulsante della carità senese. Fondato secondo la leggenda dal calzolaio Sorore nell’898, è documentato già nel 1090 ed è di fatto il primo ospedale d’Europa e del mondo occidentale concepito con una struttura organizzativa moderna. Tanto da aver ispirato, fra gli altri, la Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore di Milano (Francesco Sforza nel 1456 inviò il Filarete a studiare e copiare il modello senese), l’Hospital de la Santa Creu a Barcellona e l’Hôtel-Dieu di Parigi. “L’ospedale vecchio”, enorme e superbo complesso oggi aperto ai turisti, non era solo un luogo di cura, ma una “città nella città” che accoglieva pellegrini lungo la via Francigena (che gli passava di fronte), assisteva i “gettatelli”, gli orfani (modello riproposto dall’Ospedale degli Innocenti di Firenze, progettato da Brunelleschi) e nutriva i poveri anche nello spirito: il celebre Pellegrinaio, con gli affreschi del XV secolo, dimostra come Siena credesse nel valore terapeutico del bello, della narrazione e dell’istruzione per immagini. Chiedere a chi vi è stato ricoverato, fino agli anni 90 del secolo passato... Quando, negli anni ’70 del Novecento, le attività sanitarie furono trasferite progressivamente dal centro storico al nuovo complesso delle Scotte, il nome non fu scelto a caso.

“Santa Maria” è rimasto, cordone ombelicale con la tradizione della carità cristiana e l’identità mariana della città (Siena vetus civitas Virginis) dedicata in toto alla Madonna (vedi i due palii, quello della Madonna di Provenzano del 2 luglio e dell’Assunta il 16 agosto). Cambiare oggi quel nome significa declassare un’istituzione storica a fredda unità produttiva sanitaria, recidendo il legame con l’origine. Una sciocchezza iconoclasta. E un attacco all’identità cristiana che non stupisce arrivi in una delle regioni rosse per eccellenza, quella dell’onnipresente Giani, in ossequio alla legge regionale numero 40 del 2005, ratificata con questo atto da Antonio Davide Barretta, oggi dg del policlinico ma per oltre un decennio Direttore Generale della Regione Toscana, uomo forte del centrosinistra. Del resto, dalle polemiche sulla rimozione dei crocifissi negli uffici pubblici alla trasformazione di festività in eventi laicizzati (Festa d’Inverno, invece che Natale), è questa un’altra occasione persa dalla sinistra che blatera sempre di cultura...