20 novembre 2007-14 maggio 2026. Due date, una generazione di mezzo. Venti anni fa Benedetto XVI dovette annullare la programmata visita all’Università di Roma per le proteste veementi di studenti e docenti. Ieri il pontefice, Leone XIV, è stato accolto con il massimo degli onori dal corpo accademico e soprattutto da una pletora di studenti acclamanti. Cosa è cambiato da giustificare un’accoglienza così diversa in un periodo tutto sommato breve, soprattutto per i tempi lunghi di due antichissime istituzioni quali la Chiesa e La Sapienza. Andiamo per ipotesi. È forse la nuova generazione di studenti meno radicale, più depoliticizzata, più concentrata sullo studio, della precedente? Neanche per sogno.
Chiunque viva la vita universitaria sa che gli estremisti, in un solido connubio fra islamisti e antagonisti rossi, non esente da conati antisemiti, continuano a controllare rigidamente quelli che pure dovrebbero essere, per antonomasia, spazi di libertà e apertura. La pratica della censura per chiunque porti idee non gradite all’opinione accreditata continua senza pudore. Con l’adesione convinta il più delle volte, opportunistica altre, delle autorità accademiche.
È cambiata forse la Chiesa in questo periodo? Sì e no. No, ovviamente, a livello dei principi, dei sacri dogmi. Sì, nel modo di modularli e presentarli. Ma questo è avvenuto soprattutto con Francesco, mentre Leone per molti versi sembra voler restituire alla Chiesa quell’aura di sacralità e di rispetto della tradizione che col papato bergogliano era andata perdendosi. Certo, Leone non è scomodo come Benedetto, non ha per missione quella di essere una minoranza, una sacca di resistenza contro l’avanzare del relativismo. Non si pone nemmeno l’obiettivo di piacere o dispiacere al secolo. Anche se ha quella abilità che la Chiesa ha maturato nel tempo di scansare gli argomenti impopolari in certe sedi.
Le circostanze della storia hanno però voluto che questo pontefice esercitasse il suo magistero in un periodo di conflitti diffusi, di guerre più o meno latenti, di disordine mondiale incipiente. In questa situazione, il Papa non poteva che fare il Papa e quindi predicare la pace, aborrire il riarmo, fustigare (come ieri ha fatto alla Sapienza) i soldi sottratti alla sanità e ai più concreti bisogni dei cittadini. D’altronde, l’Occidente non è altro che questo, e qui si misura forse la sua “superiorità”: la continua e non risolvibile tensione fra Chiesa e Impero, intesi in senso sia storico sia ideale; fra etica della convinzione e quell’etica della responsabilità che deve accompagnare sempre l’azione dei politici e degli uomini di Stato.
Le scarpe del Papa spopolano sui social: il messaggio nascosto
Papa Prevost con ai piedi le iconiche Nike Air, le sneakers che oggi vanno per la maggiore tra i teenager. La foto che h...Ma questo è forse ragionamento troppo sofisticato per i nostri attivisti in servizio permanente effettivo. Ai quali basta che il papa predichi contro la guerra, incuranti del fatto che la loro pace è altra cosa rispetto a quella cui anela un cattolico. Oltre ad essere la foglia di fico dietro cui si giustificano dittature e ideologie fallimentari. Se poi a questo aggiungiamo l’eco mediatica che ha avuto la frizione fra Leone e Trump, che per gli attivisti è il “male assoluto”, tutto è ancora più chiaro. La speranza è che, dopo il bagno di folla e la ricucitura del precedente “strappo”, come lo chiamano i giornaloni, la Chiesa torni a fare il suo più vero mestiere, che è rispondere alle domande di senso che l’esistenza ci pone. Agendo come linfa vitale in quel “deserto spirituale” a cui, per dirla con Ratzinger, i nostri tempi sembrano essere condannati.




