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E se con lo smart working si facessero più bambini?

Smettiamo di considerare il lavoro agile una concessione alle donne, ma uno strumento del quale beneficiare tutti. Se non altro per evitare l’estinzione
di Nicoletta Orlandi Postivenerdì 10 luglio 2026
E se con lo smart working si facessero più bambini?

3' di lettura

Più smart working, più neonati. Che possa essere questa una delle soluzioni all’allarmante declino delle nascite, che nel nostro Paese raggiunge ogni anno un nuovo minimo storico? Ne è convinto l’Inps, che torna ad accendere i riflettori sui vantaggi del lavoro agile che permetterebbe di gestire al meglio i tempi professionali tra le mura domestiche agevolando concretamente la scelta di ampliare la famiglia. L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, commentando il suo ultimo rapporto annuale, spiega che strumenti come gli incentivi economici alle famiglie, l’assegno unico e universale e altri bonus alla natalità possono favorire un aumento – seppur contenuto – delle nascite, ma nello stesso tempo rischiano di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro, se non accompagnati da interventi complementari. Lo smart working, si rivela invece particolarmente efficace nel sostenere l’occupazione femminile, riducendo i costi e le difficoltà legati alla cura dei figli. Lo spiega lo stesso presidente dell’Inps Gabriele Fava, sostenendo che «il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari.

La decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi di vita e tempi professionali, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri». L’accesso al bonus asilo nido, ad esempio, ha determinato un aumento della probabilità di occupazione per le madri di circa sei punti percentuali. Il lavoro da remoto, invece, si conferma efficace per ridurre fino all’87% la cosiddetta child penalty, ovvero la penalizzazione delle carriere derivante dall’avere un figlio, e per aumentare le retribuzioni (fino a 1.300 euro in più nell’anno successivo alla nascita). Altro dato eclatante è la relazione tra smart working e la possibilità di rimanere incinte. Secondo l’Inps si registrano infatti «effetti positivi sulla fecondità». Tesi sostenuta anche dalla scienza. Uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research e coordinato dagli economisti Nicholas Bloom, Charles G. Aksoy e Steven J. Davis, dimostra che chi lavora da casa almeno un giorno alla settimana gode tassi di natalità più alti rispetto a chi lavora interamente in presenza.

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Analizzando i dati di sondaggi condotti in 38 paesi tra il 2023 e l’inizio del 2026, i ricercatori hanno inoltre evidenziato che quando entrambi i partner hanno la possibilità di fare smart working per uno o più giorni a settimana, la fecondità stimata nell’arco della vita aumenta di 0, 32 figli per donna a livello globale (il circa il 14% in più rispetto alle coppie che lavorano solo in presenza). Attenzione, però: negli Stati Uniti questo dato sale a +0, 45 figli per donna (+18%), segno che l’impatto dello smart working sulla natalità non è uniforme e presenta alcune importanti sfumature. Uno studio in Norvegia sui tassi di natalità post-pandemia conferma infatti che il piccolo baby boom registrato dopo il 2020 è stato trainato quasi interamente da donne in professioni ad alto reddito e precedentemente poco flessibili (i cosiddetti greedy jobs), che hanno beneficiato enormemente del passaggio al lavoro remoto.

Altri studi europei e italiani evidenziano invece un potenziale rischio d’ostacolo se lo smart working non è bilanciato nella coppia. Se a lavorare da casa è solo la donna c’è il rischio di un sovraccarico di lavoro domestico e di cura (il cosiddetto dual burden), che in alcuni contesti può spingere a rimandare il primo figlio per non danneggiare la carriera. Al contrario, quando è l’uomo a fare smart working, aumenta la propensione della donna ad avere figli, poiché si prevede una maggiore condivisione nella coppia dei carichi familiari. Insomma, smettiamo di considerare il lavoro agile una concessione alle donne, ma uno strumento del quale beneficiare tutti. Se non altro per evitare l’estinzione.

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