Soverchiata dai commenti sul caso del gioielliere Roggero, rischia di essere dimenticata un’altra vicenda che racconta molto del clima in cui è avvolta la nostra convivenza civile. È la vicenda degli studenti che espongono dalle finestre del loro liceo uno striscione che proclama “L’Italia agli italiani”, e per questo vengono puniti con un sei in condotta, nonché sembra - obbligati a scrivere un saggio sulle leggi razziali del 1938 e sul testo Gli africani siamo noi. Alle origini dell’uomo, del genetista Guido Barbujani (cito da Lorenzo Cafarchio, Libero del 16 luglio). Perché, invece, è vicenda che andrebbe approfondita? Per una serie di buone ragioni. Intanto, perché racconta molto degli stereotipi nei quali è avvolta la nostra scuola e, come accennavo, la nostra stessa convivenza civile. Certo, non si dovrebbero appendere striscioni - così almeno ci avevano insegnato dalle finestre di una scuola. Ma ciò a prescindere da quel che sullo striscione sia scritto, perché esistono ovvie regole disciplinari da far rispettare.
PENSIERO
Fin qui nulla da dire. Senonché, l’attenzione degli organi scolastici, con le conseguenti sanzioni, parrebbe essersi appuntata più sul contenuto delle scritte, e cioè sul pensiero che esse parrebbero esprimere, che non sull’infrazione delle regole disciplinari. Se fosse così, e se lo striscione avesse avuto intenti razzisti, sarebbe giusto, per carità, non apprezzare un certo nazionalismo ottuso, escludente e stupidamente patriottardo. Chiediamoci, però: è immorale, o addirittura razzista, evocare un aspetto che in altri tempi sarebbe parso ovvio e naturale (in Italia ci sono gli italiani ed essi posseggono il loro territorio)? Da questo punto di vista, la reazione degli organismi scolastici nei confronti dei ragazzi mostra che, ormai, esistono clichés uguali e contrari a quelli di un tempo (quindi, almeno altrettanto stupidi): sicché, oggi, evocare il concetto di italianità pare istintivamente inaccettabile ad alcune menti illuminate. Della serie: come nutrire la narrazione del “mondo al contrario” di Vannacci.
Ora, non conosco le vere intenzioni degli studenti che hanno esposto lo striscione. Ma, anziché punirli, sarebbe stato facile spiegar loro che, al di là di qualunque volontà eventualmente offensiva, evocare gli italiani significa, tecnicamente, chiamare in causa tutti coloro che posseggono la cittadinanza italiana, a prescindere dall’origine, dal colore della pelle, dall’accento con cui parlano, come ha detto alla Camera il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Tante persone diverse, ma unite, questo è importante, dall’essere italiani. Il che non identifica un dato solo formale, ma un elemento di grande sostanza: abbracciare convintamente un insieme di principi, valori, tradizioni culturali e religiose. Tutto ciò che, alla fine, ci rende Nazione e ha segnato la nostra storia di popolo. Ecco, l’impressione è, invece, che i nostri severi insegnanti non avessero in mente tutto questo, e che, anzi, essi non apprezzino affatto quell’italianità sostanziale - che la regola formale della cittadinanza non fa che certificare - preferendo diluirla nel globalismo multiculturale che va tanto di moda fra i progressisti. Se fosse davvero così, sarebbe un’altra prova che la nostra scuola, purtroppo, non prepara davvero i ragazzi a confrontarsi con l’altro, il diverso: perché questo confronto è seriamente possibile solo se ti è stato ben spiegato chi sei e da dove vieni. E c’è poi un altro aspetto, non meno rilevante. Accanto alla sanzione (il sei in condotta), parrebbe trasparire nella decisione degli insegnanti un intento rieducativo, il quale, se provato, sarebbe inquietante. Il messaggio sarebbe: siccome siete razzisti, studiate le leggi razziali e ragionate sul testo di un genetista per capire quanto siano infondati i vostri pregiudizi.
PAGELLE
Non mi sogno di dar pagelle agli insegnanti. Siccome, però, da decenni ho a che fare, all’Università, con gli studenti, una cosa l’ho compresa. Il professore può essere un importante punto di riferimento, e può influenzare molto - e alle volte, troppo! - il pensiero dei giovani. E allora esiste un limite, una linea rossa che il docente dovrebbe cercare di non superare mai. Quando si accorge che, invece di insegnare a ragionare, ha sparso certezze, che i giovani ripetono senza approfondire, deve prudentemente fermarsi e riconsiderare il suo metodo. Il compito di chi insegna non è fare il lavaggio del cervello, né quello di estirpare idee da quel cervello (per quanto le ritenga sbagliate e pericolose), ma è educare al ragionamento, alla critica, alla valutazione di argomenti e contro-argomenti.
Trovo davvero sbagliata, proprio dal punto di vista dell’etica professionale di un docente, l’idea di dover “rieducare” giovani menti ritenute indisciplinate o riottose. E mi rendo conto che, forse, uno (non certo l’unico, ovviamente) dei grandi problemi della nostra scuola è proprio questo: l’esistenza di docenti ideologizzati, i quali fanno propaganda anziché insegnare ai ragazzi che la cosa più importante è la grande libertà del pensiero critico.




