Quando Valter Lavitola è stato perquisito, è stato subito contattato da Sigfrido Ranucci (la coppia avrebbe parlato due ore su un canale di comunicazioni criptate). «Mi ha dato molte informazioni, mi ha aiutato a chiarire le cose, questo porterà ad una confusione terribile» ha poi assicurato il faccendiere mentre era intercettato. E anche detto: «Mi ha chiamato lui e mi ha mandato dei documenti, mi ha detto "questa è una cosa incredibile, ignobile”...».
Che cosa si siano davvero detti i due e se Ranucci abbia contribuito a un inquinamento probatorio non è chiaro. È, invece, più sicuro che Lavitola abbia saputo interpretare, con il suo attentato e con l’innalzamento del livello di sicurezza per il conduttore di Report, i desiderata dell’amico giornalista. L’altroieri, infatti, si è saputo che «la scorta era stata chiesta prima dell’attentato» e che prima di quel fatidico 16 ottobre 2025 al successore di Milena Gabanelli dal Viminale «avevano già manifestato» un suo imminente rafforzamento». Un dettaglio riportato da La Stampa. L’avvocato di Ranucci Roberto De Vita ha spiegato, inoltre, che il suo assistito «ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno». Ma quindi davvero può reggere la spiegazione di Lavitola che ha ingaggiato, insieme al factotum Tavares, una banda di napoletani per sparargli contro? Gli inquirenti non credono affatto alla confessione «fumosa» del ristoratore pregiudicato e intendono risentirlo, una richiesta che arriva dallo stesso difensore Sergio Cola, così come è probabile che sarà ascoltato Ranucci in qualità di persona informata sui fatti, dopo l’analisi dei tabulati di Lavitola.
E c’è di più. Anche gli avvocati della banda campana arrestata lo scorso 30 giugno con l’accusa di avere materialmente piazzato l’ordigno vogliono parlare ai magistrati. La richiesta di interrogatorio sarà depositata con tutta probabilità a inizio settimana. Finora i tre uomini, detenuti in carcere, e la donna, ai domiciliari, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere rendendo solo dichiarazione spontanee. Ora i quattro, accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso, sono pronti a tornare davanti agli inquirenti questa volta per rispondere alle domande.




