Ad attirare giornalisti e vip vari al Cefalù bistrò forse più che la cucina gourmet erano le narrazioni da affabulatore di Valter Lavitola, mandante reo confesso della bomba esplosa davanti alla casa di Sigfrido Ranucci. Per capirlo basta parlare con il quarantottenne iraniano Yunos Bashoki, lo chef del ristorante, da tre anni alla guida della brigata che armeggia tra i fornelli. «Io lavoro da più di 25 anni in cucina» ci dice. Ha fatto esperienza in pizzerie, osterie romane, ma mai in ristoranti di grido. Anzi. Infatti, quando gli chiediamo chi gli abbia insegnato i segreti della sua cucina di pesce decantata dalla Roma che conta, ci spiazza: «Ho imparato da solo su Youtube».
Facciamo notare al talentuoso autodidatta che ormai parlano tutti dei suoi spaghetti con le vongole sgusciate e lui si inorgoglisce: «Le sguscio io». Subito dopo sottolinea che c’è anche un altro piatto molto apprezzato: «I paccheri con i gamberi rossi». Bashoki parla volentieri di cucina, ma non sa nulla delle attività del fondatore del ristorante, il faccendiere Lavitola, il quale, negli ultimi giorni, oltre alla libertà avrebbe perso anche casa e lavoro, dopo che la compagna, l’argentina Natalia Potenza, ha scoperto da Libero l’esistenza di un’amante brasiliana, l’estetista Adriana. La donna non solo si è dichiarata indisponibile a riaccogliere Valter nella loro vecchia abitazione o nel ristorante, ma avrebbe preparato una memoria esplosiva sugli affari dell’uomo.
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In attesa di leggere tali accuse, proviamo a spulciare la documentazione aziendale depositata presso la Camera di commercio. Scopriamo così che, nel maggio del 2024, la società che controlla il ristorante, la cooperativa Cefalù, ha ceduto la gestione dell’attività alla Baires di Natalia Potenza, capitale sociale 1.000 euro, ma soprattutto che Bashoki, da un anno, è il vicepresidente della coop, il presidente è l’aiuto cuoco, il quarantaseienne albanese Ermir Gourluge, mentre consigliere è il trentenne Carmine Palestini, l’uomo che si occupa della pescheria del locale. Palestini è stato presidente quando il suo vice era un ventenne italiano e il terzo consigliere era un quarantasettenne del Bangladesh.
«Io non so che cosa abbia fatto Valter perché io sono sempre in cucina» sottolinea Bashoki. «Qualche volta veniva da me e annunciava: “Ho ospiti importanti”. Poi mi diceva che cosa cucinare... veniva tanta gente, tante donne brasiliane, lui parlava portoghese con loro...». Ma l’iraniano assicura di non avere mai visto o parlato con Ranucci. Lavora al Cefalù da tre anni ed è stato selezionato dal direttore di sala Antonio Imbriani: «Dopo che mi hanno assunto, Lavitola venne in cucina e mi chiese: “Tu chi sei?”». A questo punto gli domandiamo come sia diventato vicepresidente della cooperativa Cefalù e Bashoki sembra non avere chiaro il suo ruolo: «È venuto Valter e mi ha detto di farlo. Anche gli altri ragazzi della cucina hanno ruoli. “Non è nulla di grave” ci disse. “Basta scrivere il nome”. Ci hanno spiegato che era solo una formalità. Il 12 giugno dell’anno scorso mi hanno chiesto di fare una firma digitale. Abbiamo fatto tutto al Cefalù con Natalia». Ma non le hanno riferito a che cosa servissero quelle firme? «No». Vede ancora Natalia? «Viene al ristorante per mangiare con i bambini, ma io non mi interesso di quello che sta succedendo. Io penso a fare il cuoco e basta».
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Come vicepresidente non percepirebbe alcun gettone («Non ho vantaggi economici, non sapevo neanche di essere vicepresidente, sapevo solo della firma digitale»), mentre come chef avrebbe uno stipendio di 2.500 euro lordi. Palestini è meno disponibile di Bashoki: «Sì, sono consigliere della coop, ma non posso parlare di niente, non so niente, sono fatti loro». Ma lei è pagato per l’incarico nella Cefalù? «No» assicura, prima di attaccarci il telefono in faccia. Proviamo, allora, con il presidente della coop, l’albanese Gourluge, detto Miri: «Bashoki dice di non sapere niente della cooperativa? Io ancora meno». Gli mostriamo la visura e lui risponde così: «Non so cos’è questo. Presidente? Boh».
Eppure c’è un bilancio che è stato firmato da lui e che presenta alcune criticità che inducono a qualche domanda: per esempio i crediti oltre i 12 mesi passano da 1.411 euro a oltre 148.000 euro, un andamento del tutto anomalo per una società i cui ricavi crollano da oltre 328.000 ad appena 5.350. Nella nota integrativa gli amministratori ritengono, però, «di poter esigere i crediti», nonostante le premesse non proprio rosee.
Anche quanto riportato nella descrizione dell’evoluzione del patrimonio netto lascia perplessi. Una società praticamente senza ricavi (a parte 44.000 euro di affitti pagati dalla Baires) e con oltre 20.000 euro di locazioni da versare o cambia il suo oggetto sociale e cerca di riaffittare i locali oppure è destinata a non riuscire a coprire le perdite pregresse. Un patrimonio netto negativo che non ha portato al fallimento solo grazie all’intervento legislativo dei governi Conte e successivi, difficilmente potrà tornare ad essere positivo entro la chiusura del bilancio 2027. Ma i vertici della coop non assumono decisioni, rimandano e non spiegano come pensino di raddrizzare la situazione.
L’AMMINISTRATORE CACCIATO
L’ultima telefonata la riserviamo a Imbriani, l’amministratore unico della Baires, a cui è stata affittata l’attività del Cefalù: «Certo che so di essere stato l’amministratore della Baires, il mio nome è scritto nei documenti» sbotta l’uomo. «Sono stato collaboratore per due anni e poi ho preso la gestione del ristorante. Ne parlavo con Natalia, che è la proprietaria... mi sedevo con lei e facevamo tutto...».
Ma adesso il direttore avrebbe perso la fiducia della titolare, che avrebbe deciso di assumere in prima persona il ruolo di amministratrice: «Ha preso in mano tutto lei» ammette Imbriani. A cui chiediamo se sia stato esautorato per i rapporti con Lavitola. Il direttore non la prende bene: «È vero, sono arrivato qui tramite Valter, ma io di quello che è successo tra marito e moglie non so nulla e non ne voglio sapere nulla... Lavitola, nel ristorante, veniva solo a mangiare... per questo mettermi in mezzo a questa storia con i vostri articoli non è bello».




