Altro che soldi facili. A raccontare l’altra faccia della camorra sono le carte dell’inchiesta sui clan attivi tra Caivano e Casoria che pochi giorni fa ha portato agli arresti di 34 affiliati. È lì, nelle conversazioni tra gli stessi protagonisti e nei verbali dei pentiti, che la rappresentazione glamour dei malavitosi evapora per lasciare spazio alla cruda verità. Più si scende nella catena criminale, infatti, più compaiono paghe da fame, giornate lavorate senza prendere un euro, debiti, rate, ammanchi e turni interminabili. E per portare a casa quei soldi si rischiano il carcere e la vita.
Una delle scene più crude arriva da un’intercettazione del 20 dicembre 2023. Gennaro F. si sfoga con Biagio D.: «Ieri - dice il primo, - abbiamo lavorato, io non ho avuto un euro». Il guadagno giornaliero di cui parlano è di appena 70-80 euro, ma non sarebbe arrivato neppure quello. La piazza aveva subito una perdita dopo una perquisizione durante la quale sarebbero stati buttati 55 grammi di cocaina. D., d’altro canto, sostiene di aver perso 7-8.000 euro in una settimana e poi sbotta: «Se non ci portiamo nemmeno questo e rischiamo la galera, fratello... ti passa la voglia». Non va molto meglio altrove.
C’è chi racconta: «Z. (capopiazza, ndr) fino al mese scorso mi stipendiava con 500 euro al mese». Una somma che si potrebbe tranquillamente guadagnare con un mini part-time in qualsiasi negozio. E quando in un’altra intercettazione si organizzano i turni, qualcuno propone addirittura «18 ore ciascuno». Roberto M. riporta tutti alla realtà: «E digli: ma se non gli dai soldi, come li facciamo lavorare?». È questa l’anti-Gomorra: ore sulla piazza, nessuna tutela né la certezza di essere pagati.
Liborio, per esempio, ha problemi con le “chiusure”. I conti non tornano: una volta mancano 200 euro, un’altra appena 50. Gli altri discutono del fatto che non possa continuare a “mangiarsi” quei soldi. La conseguenza è immediata: se non consegna il denaro che non si trova, non gli danno più nulla da vendere. E quando i soldi arrivano, capita che siano ridotti a spiccioli da dividere. Michele N., secondo il racconto di un collaboratore, doveva 5.000 euro al clan. Ne avrebbe restituiti 2.500, continuando poi con rate da 500 euro al mese. Ogni volta che quei 500 euro arrivavano, il pentito e il cugino facevano a metà: 250 euro a testa. Altro che valigette gonfie di banconote.
Poi c’è una storia molto più piccola, quasi domestica, che però assume un grande significato nella grammatica del crimine. Un affiliato, stando al racconto di un collaboratore riportato nell’ordinanza, avrebbe comprato la moto di suo cognato, senza pagarla, perché rimasto al verde. Nel mondo dei presunti soldi facili, insomma, resta da saldare perfino una motocicletta a un parente. Ma l’immagine che più di tutte manda in frantumi la rappresentazione del camorrista ricco è quella del Rolex. Secondo un collaboratore, gli orologi di Z. sarebbero stati acquistati con «pagamenti dilazionati». A rate. E pensare che quegli stessi Rolex servivano poi a mostrarsi sui social, per costruire l’immagine della forza e della disponibilità economica.
Ancora: la storia di Antonio G. mostra l’altra faccia della medaglia d’oro fasullo. Secondo il verbale di un pentito, «avendo bisogno di soldi», avrebbe consegnato un Rolex Submariner per ottenere 5.000 euro. In cambio avrebbe dovuto pagare 700 euro ogni 15 giorni fino alla restituzione del prestito. La mancanza di denaro entra persino nel linguaggio degli stessi protagonisti. M., parlando degli stipendi della piazza di spaccio, li definisce «due pidocchi». Nelle carte l’espressione viene spiegata proprio così: «Pochi soldi». E intorno a loro si discute di 500 euro, 1.500 euro, somme da spartire e sospetti su chi abbia trattenuto il denaro da versare ai carcerati.
Questa è la Gomorra che sui social si vede molto poco e che non conviene raccontare: stress, paura, compensi che fanno ridere. Basta togliere la musica, le macchine, le foto sui social e i racconti di Roberto Saviano. Nei verbali dell’inchiesta di Caivano e Casoria restano uomini che fanno turni da miniera, litigano per 50 euro, aspettano una rata da dividere e qualche volta lavorano senza portare a casa nulla. La leggenda dei soldi facili, letta direttamente nelle carte giudiziarie, diventa molto meno seducente. Forse, conviene raccontarla.




