Le buone notizie sono almeno due: la prima è che il nodulo al polmone di cui ha parlato papa Leone mattina ieri al termine dell’angelus è «circoscritto» (l’ha fatto sapere lui stesso), la seconda e che è stato «individuato in una fase molto iniziale» (idem). Si tratta di due dettagli che, alla fine, quando di mezzo c’è la salute, che riguardi il pontefice o chiunque altro, minuzie non lo sono per niente: «Al contrario», spiega a Libero il ricercatore del Cnr e docente all’università europea di Roma in Metodologia clinica Roberto Volpe, «il fatto stesso che la malattia annunciata dal papa sia considerata operabile, se possiamo metterla in questi termini, pur all’interno di un contesto che è certamente negativo, è un dato positivo. Voglio dire, se ci fossero state delle metastasi i medici non sarebbero ricorsi a un intervento». Dottor Volpe, partiamo proprio da questo, cioè da questa operazione prevista nei prossimi giorni.
Di che operazione si tratta?
«L’intervento in sé è semplice, anche se resta sempre un intervento chirurgico: non stiamo parlando dell’asportazione di un intero polmone ma di un lobo. E non mi fraintenda, non è una sciocchezza. Incide sulla capacità respiratoria, per esempio. Però tutto il resto a seguire può essere svolto anche in regime di day-ospital. Mi riferisco alla chemioterapia, all’immunoterapia».
Papa Leone XIV: "A giorni subirò un intervento per rimuovere un nodulo polmonare"
Preoccupazione e commozione tra i fedeli dopo l'annuncio di Papa Leone XIV, che al termine dell'Angelus di domen...A proposito, quali potrebbero essere le prossime tappe a cui si dovrà sottoporre il papa?
«L’immunoterapia di supporto, immagino. La radioterapia in genere si fa prima dell’operazione per ridurre le dimensioni del tumore, che poi è un po’ quello che succede anche nei casi di cancro al seno. Generalmente si procede in questo modo, nel caso specifico di papa Prevost non lo so e non glielo posso dire perchè non ho letto la sua cartella clinica, però suppongo che salteranno la radioterapia e, anche per essere più sicuri, passeranno alla chemio e all’immunoterapia».
Senta, aveva in programma un viaggio in Sudamerica per novembre ed è stato confermato: ci auguriamo di no, ma non sarà un eccesso di ottimismo?
«Be’, manca ancora un mese, è plausibile che riesca ad andarci. Sì, certamente».
È vero che questo genere di tumori risulta difficilmente operabile?
«No, dipende sempre da quando si fa la diagnosi. Se si riesce a individuare un tumore presto è sempre meglio. Anche se, devo dire, ultimamente questo ragionamento, e per fortuna, si fa molto di più».
Mi scusi, a quale ragionamento si riferisce?
«La veda così: i dati Eurostat, quindi i dati europei, dicono che il 5-6% degli uomini e anche delle donne che vengono a mancare prima dei 65 anni muore proprio per un tumore al polmone. È per questo che, oramai, c’è una maggiore sensibilità al fenomeno e, soprattutto, alla sua prevenzione».
In che senso?
«Oggi si fanno più facilmente le radiografie e, nel dubbio, si passa alla tac. Se poi i sospetti permangono c’è la biopsia. Sa, purtroppo la medicina non è matematica, ma una diagnosi precoce può fare davvero la differenza».
Cosa bisogna considerare?
«Esistono dei fattori di rischio. Il primo è se si tratta di un fumatore, quello è un campanello d’allarme anche se chiaramente i tumori possono esserci pure in chi non ha mai acceso una sigaretta in vita sua. Il secondo è la familiarità. Un bravo medico inizia sempre da papà e mamma, dalla storia famigliare del suo paziente, perché è fondamentale. Questo non significa che un tumore sia ereditario, però la predisposizione conta».
Un nodulo al polmone dà sintomi?
«Nelle fasi iniziali no. Quando compaiono dei sintomi, probabilmente, si è già un po’ più avanti. Molti, per esempio, notano del sangue nel catarro. Tuttavia glielo ripeto, è appunto per questo che la prevenzione è importantissima. Alle volte uno fa una radiografia magari per un altro motivo e trova un nodulo che può anche non essere un cancro, sia chiaro».
Cioè?
«Può essere un’infezione, un’infiammazione. Ci sono dei segni cicatriziali dovuti, per esempio, a una tubercolosi del passato o a un’infezione fungina superata. In questi casi spesso non si interviene nemmeno, ci si accerta semplicemente che non crescano perché l’eventuale crescita vorrebbe dire che sono qualcos’altro».




