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Domenico, parla mamma Patrizia: "Vogliamo giustizia: chi ha sbagliato con mio figlio ora dovrà pagare"

di Mario Sechivenerdì 27 marzo 2026
12' di lettura

La mamma del piccolo Domenico, la signora Patrizia Mercolino, entra in redazione, mi tende la mano, non c’è bisogno di dire niente, la abbraccio e la invito in sala riunioni. Con lei ci sono la figlia di 6 anni e il marito Antonio Caliendo, hanno tutti un velo nello sguardo, l’anima scartavetrata dalla scomparsa di una creatura di 2 anni, un trapianto possibile diventato un incubo che non passerà mai. Ci siamo dati appuntamento qui a Libero grazie al cuore grande dei lettori che hanno partecipato alla sottoscrizione aperta dal nostro giornale per questa famiglia, la memoria di un bimbo a cui è stato strappato il respiro del domani in una sala operatoria dell’ospedale Monaldi, in una sequenza di eventi e di spaventi da romanzo nero. Napoli-Milano, Nord-Sud, italiani. Abbiamo dato una mano alla nascita della Fondazione Domenico Caliendo, 38mila euro raccolti in poco tempo. Invito Patrizia nella sala riunioni del giornale, parleremo di una storia dura, cupa, disperata e colma d’amore. Ne sono uscito, ancora una volta, sommerso e salvato, perduto e ritrovato. Domande, risposte, dilemmi, il mistero della vita e della morte. Questo è il nostro dialogo.

Signora Patrizia, è passato un mese... 
«Sembra ieri».
Sembra ieri. Come ricostruisce quello che è accaduto? 
«È un mese che Domenico è morto. Non mi capacito di quello che è successo. Sembra quasi un film dell’orrore e ogni giorno c’è una novità, sempre brutta. Non mi sarei mai aspettata tutto questo. Non dico quello che provo, perché è un mix di emozioni: rabbia, dolore, tristezza, delusione. Però, io invece di stare a casa a piangere, sono ancora qua in piedi e vado dappertutto, solo perché voglio giustizia per mio figlio, non voglio che si dimentichi la sua storia, quello che è successo a lui, perché spero e cercherò di fare in modo che non capiti più a nessun altro bambino. Speriamo».
Non è la storia di un trapianto fallito. È qualcosa di più. Che cosa è? 
«È una catena di errori. Come dico sempre, per me ci sono stati degli sbagli prima, durante e dopo. Prima del trapianto, durante il trapianto e dopo il trapianto».
Da quanto Domenico aspettava il cuore? 
«Due anni».
In questi due anni che cosa è successo? 
«È sempre stato sotto osservazione all’ospedale. Allora, siccome lui soffriva di questa miocardiopatia dilatativa, mi avevano offerto anche di metterlo in Berlin Heart (un cuore artificiale, ndr), ma io e mio marito abbiamo deciso di no».
Perché? 
«Non sappiamo se abbiamo fatto la scelta giusta, ma in quel momento abbiamo deciso di no, perché è vero che il Berlin Heart lo avrebbe aiutato ad aspettare un cuore nuovo dato che sostiene il muscolo. Però, mentre aspetti, ha tutte le sue ripercussioni e quindi ho detto: me lo voglio portare a casa».
Il problema di suo figlio era che il cuore non pompava a sufficienza e si stava indebolendo nel corso del tempo. 
«La forza di mio figlio è che ha sempre avuto tanta voglia di vivere, quindi l’ospedale, dopo 5-6 mesi di terapia intensiva, mi ha detto “Signora, in attesa del trapianto è meglio che lo portiate a casa, rimane con la famiglia il tempo che gli rimane”».
Lei cosa raccontava a Domenico nell’attesa di questo cuore nuovo? 
«A Domenico non dicevo niente. Io e mio figlio eravamo una cosa sola, lui non poteva fare tantissime cose e quindi io avevo la responsabilità, non solo come mamma, di proteggerlo. Non poteva correre, non poteva sudare, non si poteva affaticare. Però lui vedeva in me la sua forza, che sapeva come gestirlo. E lui viveva, viveva come tutti gli altri bambini. In parte per merito mio, ma tantissima parte per merito suo, perché è sempre stato un guerriero».
E lei ha sempre avuto la speranza. 
«Sì, ho sperato che non gli accadesse niente e che gli arrivasse un cuore, per vivere».
Una sera, il 22 dicembre 2025, arriva la telefonata. 
«Qualche giorno prima di Natale, mi arriva la chiamata della dottoressa Farina: “Signora, c’è un cuore per Domenico”. Dico la verità, l’ho sempre detto, in quel momento ho attaccato il telefono. Non volevo portarlo, ma non perché avevo paura che succedesse qualcosa, assolutamente no. Era una sensazione che mi sentivo dentro. Poi dopo due minuti la dottoressa mi richiama e dice: “Dovete venire subito, perché lo dobbiamo preparare, poi domani mattina lo andiamo a prendere”. E quindi portiamo Domenico al Monaldi, perché è quella la speranza per vivere. Anche se io quella sensazione che non mi faceva stare bene me la sono portata fino al giorno dopo».
Lei aveva il sesto senso. 
«Domenico prima di entrare in terapia intensiva correva nel corridoio, giocava e correva. Finché stava con la mamma non capiva, ma come sono uscite le infermiere per prenderlo ha iniziato a urlare e a piangere. Comunque lo portano in terapia intensiva tutta la notte, lo preparano, si addormenta».
E lei, Patrizia, con suo marito Antonio, aspetta. 
«Rimaniamo lì, non ci muoviamo fino al giorno dopo».
Vi tenevano informati? 
«Sì, ogni tanto noi chiedevamo, perché sapevamo che alle 5 del mattino partivano per andare a Bolzano a prendere il cuore».
Conoscevate le tappe. 
«Verso le 9 di mattina mi chiamano le infermiere per salutare Domenico prima di portarlo in sala operatoria, quello è stato l’ultimo abbraccio che ho dato a mio figlio. E la mia è tutta un’ansia, ansia di guardare il telefono ogni 10 minuti, aspettavo che arrivasse questo cuore e finalmente, verso le 02.30 mi avvisano che il cuore è arrivato. E allora ho detto, ora iniziano l’operazione e invece dopo...».
Dopo cosa accade. 
«La sera, verso le sette e mezza, esce la dottoressa Farina con un’altra infermiera che non conoscevo, (penso fosse una della sala operatoria) e mi dice: “Signora, abbiamo un problema”. Quale problema? “Il cuore non parte”. E mi cade il mondo addosso».
Questa comunicazione di chi era? 
«Della dottoressa Farina. E lì, in quel momento, poi mi sono anche scusata, me la sono presa con lei. Mi dicono: “L’abbiamo attaccato all’ECMO (il supporto vitale extracorporeo, ndr), lo rimettiamo immediatamente in lista d’attesa, speriamo che il cuore riparta oppure che comunque arrivi un cuore nuovo”. È l’inizio di 60 giorni di calvario».
Nessuno le ha detto perché il cuore non è partito? 
«Assolutamente no. Magari ad avermelo detto, magari Domenico si sarebbe salvato. Magari avrei fatto tutto questo casino, tra virgolette, che ho fatto fino ad adesso. L’avrei fatto prima. Magari sarebbe arrivato un altro cuore, tante di quelle cose. Vabbè, non mi viene detto assolutamente niente, mai mi viene detto qualcosa. E da lì, ogni giorno, faccio solo due domande. “Il cuore è ripartito?” “No”. “È arrivato un cuore nuovo?” “No”. E mi avvisano che comunque quella macchina (della circolazione extracorporea, ndr) avrebbe portato problemi agli organi a lungo andare. Però questa fase sarebbe durata al massimo 20 giorni e quindi dovevamo sperare che prima di quei 20 giorni arrivasse un cuore. Invece mio figlio lotta per 60 giorni».
Fino al 21 febbraio. 
«Fino alle ore 9.20. Per 60 giorni in circolazione extracorporea».
Quando ha capito che la situazione di Domenico stava precipitando? 
«Piano piano la mamma se ne accorge, piano piano, in 60 giorni. Vi posso dire tutti i tubicini che aveva attaccati, il torace aperto per 60 giorni, tutte le minime gocce di sangue che perdeva. Io ho visto tutto, per 60 giorni, ho visto trasformarsi il corpo di mio figlio, l’ho visto cambiare colore, ho visto gonfiarsi lo stomaco e la pancia, ho visto il nasino... Tutto di mio figlio ho visto, piano piano. Sono cose che una mamma non dovrebbe mai vedere».
Signora Patrizia, riusciva in qualche maniera a comunicare con Domenico? 
«Sì, lui mi sentiva, perché a volte gli scendeva una lacrima, a volte muoveva anche la manina. Per quello io lo chiamo guerriero. Poi piano piano mi rendevo conto che più lui mi sentiva piangere e più se ne accorgeva e gli scendeva una lacrima. Ho iniziato a non piangere più vicino a lui».
I vertici dell’ospedale, in questo periodo di limbo, si sono fatti sentire con lei? 
«Nei 60 giorni no. Ho avuto a che fare solo con la dottoressa Farina che, mi veniva detto da lei, era come se dormisse lì giorno e notte. Adesso capisco che erano i sensi di colpa. Il dottor Oppido non l’ho mai visto».
Oppido è il chirurgo. 
«È il primario che ha fatto il trapianto mio figlio. Non si è mai fatto vedere, mai fatto sentire, nemmeno il giorno della morte di mio figlio. L’unica volta che l’ho visto è stato il 18 febbraio, quando c’è stata la riunione dei migliori dottori italiani per decidere se mio figlio era trapiantabile o no. Quel giorno è venuto lui a darmi la notizia che non era trapiantabile. È quel giorno che io l’ho anche registrato».
Lei sperava che ci fosse ancora una fiammella accesa per Domenico. 
«Ho sperato fino all’ultimo giorno, ho sperato fino a due giorni prima che morisse, fino a quando, i migliori dottori, mi hanno detto che non era trapiantabile. Io ho sempre sperato perché mi dicevano che era ancora in lista d’attesa, quindi era ancora trapiantabile».
Nella cronaca si dice che il cuore è stato “bruciato”.  Quello che è stato detto è che è stato usato impropriamente del ghiaccio. È andata così secondo lei?
«Non punto il dito contro nessuno, ma quello che posso dire con certezza è che non è uno solo il responsabile della morte di mio figlio, sono tanti. Quando il cuore è stato espiantato dal donatore, ed è stato preso in carico fino all’arrivo a Napoli, c’è stata una catena di cose che sono successe, fino al tentativo poi di trapiantarlo a Domenico».
E lei ancora oggi non ha una sequenza definita di quello che è successo? 
«Quello che penso io è che hanno sbagliato con il ghiaccio, hanno sbagliato durante il trasporto, non hanno controllato la temperatura. Hanno sbagliato ad aprire il torace di mio figlio e togliere il cuore prima che arrivasse il cuore nuovo, prima di controllarlo. Hanno sbagliato a non dirmi la verità. Hanno sbagliato a non cercare di trovare una soluzione per salvarlo. E hanno sbagliato a pensare che mio figlio morisse dopo 15-20 giorni. Invece il piccolo Domenico ha lottato. Ha lottato con le unghie e i denti per 60 giorni. Per 60 giorni».
Ha pregato in quei 60 giorni? 
«Non ho pregato, ho solo sperato e sono stata vicino a mio figlio, perché tutto quello che ha passato lui volevo in qualche modo passarlo anche io. A volte dicevo all’infermiere di scoprirlo quando c’ero io e loro dicevano: “Signora ma come fate a vederlo così? Non ce la facciamo noi”. Ma io volevo provare tutto quello che provava mio figlio, lo dovevo provare anch’io. Sta seguendo le indagini».
Cosa ne pensa? 
«Io sono qui apposta con mio marito, sto combattendo per scoprire la verità. L’ho promesso a mio figlio quando è morto. L’ho promesso al piccolo Domenico».
Lei è mamma di altri due bambini. 
«Sono loro che mi danno la forza, insieme a Domenico, di andare avanti».
Sono state sprecate, calpestate, due vite: quella di suo figlio e quella dell’altro bambino che aveva donato il cuore nuovo. E questa cosa, io lo so per un’esperienza personale, è sconvolgente per le tante mamme che sperano in ospedale accanto ai loro bimbi in attesa di trapianto. Un cuore nuovo è la vita, un cuore sprecato è una cosa terribile. Perché ci sono tanti bambini che aspettano un cuore. 
«Non ho mai puntato il dito contro il Monaldi perché è un ospedale di eccellenza, però nel caso di mio figlio hanno sbagliato. Forse troppa superficialità, troppa arroganza, troppa fretta, non lo so, però hanno sbagliato tante cose. Dopo la morte di Domenico ho ricevuto tantissime lettere e, oltre a quelle delle persone comuni, ne ho ricevute alcune anonime da dottori e infermieri dell’ospedale Monaldi. Sa cosa mi hanno scritto? A parte chiedermi scusa per cose che loro non hanno fatto, mi hanno detto che si ricordano di me, di Domenico. Di come quel bambino giocava con la mamma, di come correvano insieme in quel corridoio. Ma soprattutto che Domenico gli ha insegnato tanto, ha lasciato in loro un segno: ha insegnato loro che prima di essere medici sono persone. Persone che hanno nelle mani la vita degli altri».
Suo marito, Antonio Caliendo, come ha reagito? Come reagisce una coppia a una perdita così immane? 
«Non si può spiegare. Io e mio marito abbiamo due caratteri diversi. Tutti dicono che io sono più forte e lui più debole, ma non è così. È che lui forse è molto più impulsivo. Io invece tengo tutto dentro e cerco di fare le cose con più calma. Il dolore è grandissimo, è uguale sia il mio che il suo. E la nostra famiglia sta avendo tanti problemi, perché Domenico manca, perché i miei figli sanno quello che è successo. Perché sono più grandi e anche la piccola, che ha 6 anni, lo sa, l’ha capito. Quindi sono anche loro arrabbiati, aspettavano che tornasse a casa il fratellino e poi non l’hanno visto più. Un dolore del genere non si può descrivere, non passerà mai».
Dov’è la verità? 
«La verità è che loro hanno sbagliato e devono pagare. E poi soprattutto sa cosa vorrei? Che loro si mettessero la mano sulla coscienza. Non voglio le scuse, perché non c’è bisogno delle scuse in questi casi. Io non me ne faccio niente delle scuse. Ma si mettessero la mano sulla coscienza e ammettessero che loro hanno sbagliato, si prendessero le proprie responsabilità».
Perché avete costituito la Fondazione Domenico Caliendo? 
«La Fondazione è un’idea che mi è venuta perché stavo sul lettino quando andavo da Domenico, passavo le ore lì.
Mi appoggiavo col braccio sul lettino, gli tenevo la mano, a volte mi addormentavo, crollavo. E due o tre giorni prima che lui morisse - io già me ne ero accorta che stava morendo, già lo sapevo, lo vedevo, sapevo che sarebbe finita da lì a poco – penso di aver sognato qualcosa. Poi mi sono svegliata e ho detto: “Adesso cosa faccio senza Domenico? Devo fare qualcosa”. E mi è venuta in mente una fondazione. Non volevo farla subito. Diciamo che sono stata costretta, giravano dei conti fasulli, iban falsi. Allora per fermare questi avvoltoi abbiamo detto: “Iniziamo a fare questa raccolta fondi e facciamola subito”».
Avete già un’idea sull’attività futura della Fondazione? 
«Voglio aiutare quei bambini vittime di malasanità, li aiuteremo legalmente e psicologicamente».
Le istituzioni vi sono state vicine? 
«Sì, devo dire la verità sì. Mi sono state molto vicine e continuano ad esserlo, non a me ma al caso di mio figlio».
Ha parlato anche con la premier Meloni? 
«Sì, anche lei mi ha chiamato. La prima volta quando Domenico era ancora vivo, in attesa del cuore. Abbiamo avuto un colloquio telefonico tra mamma e mamma. Io la ringrazierò sempre di questo, perché è venuta anche al funerale nonostante i suoi impegni».
Che cosa invece è stato assente. Che cosa è mancato? 
«Nel caso di Domenico è mancata la comunicazione dei dottori. Adesso stanno uscendo fuori tante cose, potevano farlo prima, potevano parlare prima».
Vuole vederli alla sbarra? 
«Non devono più operare, quelli che hanno sbagliato non devono più fare niente, devono prendersi le proprie responsabilità. E poi sì, io spero, spero nella giustizia. Non mi darà sollievo, nessuno mi ridarà mio figlio, però è giusto che paghino».
Un messaggio per le mamme che sono in ospedale con i loro figli in attesa di un cuore. 
«Sono molto vicina a loro, forse solo io le posso capire, ma solo alle mamme. Ai dottori, ai medici di tutta Italia, io chiedo più comunicazione con i genitori. Sbagliare è umano, però dirlo è meglio, parlandone si può rimediare».
Signora Patrizia, la ringrazio moltissimo. Lei è una mamma coraggiosa, una donna che si batte per la verità, che ha tutto il mio appoggio. 
«Non pensavo nemmeno di essere così».
Si scoprono cose incredibili nel dolore. Lei è un esempio per tutti noi, per i nostri lettori, grazie di cuore per questo incontro, per averci dato la possibilità di essere tutti un po’ più umani. Chi è oggi Patrizia Mercolino? 
«Io sono Domenico. Tutto quello che faccio è per Domenico. Perché io sono Domenico».