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Missione a Tripoli: l'America diserta, l'Europa litiga

Polemiche sul comando dell'intervento militare: fotografia nitida delle tante differenze tra Vecchio e Nuovo Continente / CERVO

domenico d'alessandro
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Avevano detto che la storia era finita e non era vero. Con la sconclusionata guerra di Libia, però, chi rischia una sorte confusa è uno dei suoi protagonisti: la declinazione politica e l'assetto di potere di quel che abbiamo chiamato Occidente esce in queste ore sconvolto, forse cancellato, sicuramente da ridefinire, in un quadro tutto meno che distinto. È chiaro che le spaccature tra Stati, anche alleati, non sono certo nate con l'intervento su Tripoli; né la paurosa riconversione di ruoli subita dall'America, dalla Cina, dalla Russia, dagli organismi sovranazionali, sono processi riducibili al Mediterraneo o al dopo-Gheddafi. Piuttosto, è come se la crisi libica rappresentasse una fotografia nitidissima dove niente è davvero focalizzabile, se non la disgregazione di una unità d'intenti tra Europa e America, dell'Occidente insomma. Come notava ieri Boris Biancheri sulla “Stampa”, “occidentale” sarebbe l'aggettivo migliore per sintetizzare la coalizione creatasi con la risoluzione 1973 dell'Onu, viste le posizioni prima caute poi contrarie di Turchia, Lega Araba e Unione Africana. Eppure, che quadro restituiscono queste ore? L'America da anni non ha più la capacità di intervento globale illimitato, ma lo spettacolo di una superpotenza che si vede affibbiare un comando quasi controvoglia e per ragioni evidentemente strumentali da parte della Francia era un inedito, così come lo era lo sfilarsi di Obama da una terza patata bollente, Iraq e Afghanistan, malgrado il protagonismo di Hillary Clinton. Che uno Stato sovrano si muova per difendere i propri interessi politici ed economici è scontato, ma a quali precedenti bisogna andare, dal dopoguerra in poi, per trovare uno scontro di tali proporzioni tra Italia e Francia, tra Germania e Inghilterra? La composizione di un asse non appena strategico ma geopolitico tra Roma e Mosca, forse addirittura con i Paesi arabi, per trovare una soluzione diplomatica alla furia di Sarko è tale da creare scenari difficili da immaginare nelle loro conseguenze pratiche. Che l'Unione europea non fosse credibile come attrice di politica estera era un'altra di quelle evidenze che adesso prendono corpo con grande concretezza: forse D'Alema sta ringraziando di aver perso la corsa al ruolo di “ministro degli Esteri” dell'Ue, vista la totale irrilevanza in cui sembra muoversi Catherine Ashton. Per non parlare dell'Italia, in preda a un bipolarismo senza politica estera (secondo la felice sintesi di Andrea Romano), con opposizione e governo a ruoli ideologicamente ribaltati rispetto a pochi anni fa e in barba a qualsivoglia presunta cornice culturale, e un capo dello Stato protagonista di un interventismo modello Budapest '56. L'ombrello Nato è senza dubbio la protezione migliore per l'Italia e anche la sola possibilità di maturare una strategia comune. In caso di attacchi diretti sul nostro territorio, il trattato Nato obbliga gli Stati membri a difendere chi viene colpito, cosa che al momento nei fatti è meno garantita. Soprattutto, consente una pianificazione più al riparo da fughe in avanti, come quella voluta da Francia e Inghilterra. Resta da capire se tempi ed evoluzione del conflitto consentano all'Organizzazione atlantica una leadership che essa stessa non pare smaniosa di esercitare. «Lo scopo completo dell'alleanza non è chiaro», sentenziava ieri un report del sito americano Stratfor. Sotto i voli dei caccia e prima ancora della corsa a occupare lo spazio geopolitico aperto dalle “rivoluzioni” del Nordafrica, manca un principio operativo che possa accomunare le potenze occidentali. È impossibile da cancellare l'impressione di un tutti contro tutti, in un contesto che per certi versi ricorda quello dell'intervento in Bosnia prima e in Kosovo poi, ma con in mezzo l'11 settembre e il crollo della finanza. Cose da libri di storia, non certo da giornali. Oggi però l'Occidente politico, anche come proposta post-bellica, e più in generale come garanzia di capisaldi in politica estera, rischia di ridursi, almeno guardando la Libia, a una scapestrata conquista di sapore postcoloniale e poco altro. Forse non ci sarà solo il dopo-Gheddafi, da ricostruire. di Martino Cervo

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