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Mafia, vendoliani impazziti "Basta carcere duro ai boss"

Il coordinatore Sel Fava: "Dopo Roma inutile pensare a leggi speciali. Uno stato che salva Cosentino e Tedesco quale autorità morale ha?"

Giulio Bucchi
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E' arrivato il momento di riflettere sul carcere duro per i mafiosi e, forse, rivedere il 41 bis. Se a parlare in questi termini fosse stato un esponente del centrodestra, Unità e tanti altri giornali e media di sinistra avrebbero gridato allo scandalo, magari tirando in ballo connivenze tra governo e Cosa Nostra. Invece no: è proprio l'Unità ad ospitare una tesi choc, che proviene tra l'altro da un giornalista e politico al di sopra dei sospetti. Sul quotidiano in edicola oggi, 22 ottobre, è Claudio Fava a scrivere di leggi ordinarie e leggi speciali, regimi punitivi e carcere duro per i boss. Fava, per intenderci, è figlio di Giuseppe, assassinato dalla mafia a Catania, il 5 gennaio 1984. Oggi, Claudio è coordinatore di Sinistra, ecologia e libertà. Che i vendoliani siano impazziti? Da Roma ai boss - L'articolo di Fava, in realtà, parte da lontano. Per la precisione da sabato scorso, con gli incidenti di Roma, e la richiesta del ministro degli Interni Maroni di reintrodurre leggi speciali sul modello del Daspo e della legge Reale. Il politico Sel non ci sta: "La forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi a invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà". Tipo un centro città devastato oppure, come nel caso della Val di Susa, a centinaia di poliziotti feriti. Dal Daspo, "a costo di apparire un provocatore", spiega Fava, bisogna passare al 41 bis, il regime di carcere duro adottato nei confronti dei boss mafiosi. Riduce la possibilità di incontrare i familiari, i momenti di socialità, le ore d'aria, un regime insomma "che morde la dignità ancor più che la pericolosità degli individui". Niente morale - Fava invoca non un armistizio, sul modello di quanto accaduto nel 1993 con la trattativa Stato-Mafia ("niente più 41 bis in cambio della fine delle stragi"), ma di una "prova di forza e civiltà della nostra democrazia". Ben presto, però, il discorso "filosofico" del vendoliano scivola in politica perché c'è un "Parlamento in cui siedono deputati e ministri amici dei mafiosi". Poi arriva il gran finale, un colpo alla Casta dei presunti conniventi e a uno Stato "che non ha la forza morale e giuridica di processare come qualsiasi altro cittadino Nicola Cosentino e Saverio Romano (deputato Pdl e senatore Pd indagati per reati di mafia cui l'Aula non ha concesso l'autorizzazione a procedere, ndr)" e che di consequenta, per Fava, "non può assumere su di sé la licenza morale di imporre il carcere duro a nessuno".

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