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Per siglare la tregua il Pd che fa? Insulta il premier dimissionario

Altro che prove di dialogo. In aula Franceschini attacca a testa bassa. Per Bersani è "la liberazione"

Andrea Tempestini
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«Ormai entriamo in un tempo nuovo, Berlusconi è stato lo spartiacque, ha fatto il bipolarismo e poi lo ha inquinato: adesso quella stagione è finita. E noi siamo chiamati a ricostruire sulle macerie». Sono le cinque di un pomeriggio che, ineluttabilmente, passerà alla storia, quando alla Camera il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, getta il cuore oltre l'ostacolo, nella piena convinzione che il traguardo è vicino. «Dobbiamo affrontare le riforme dell'economia in una fase di transizione», sibila il tenero Dario, «ognuno se vorrà potrà stare dentro questa fase, sapendo che siamo e torneremo ad essere avversari». Certo, trattandosi di un discorso ufficiale, Franceschini non ha il coraggio del leader dell'Italia dei Valori,  Antonio Di Pietro, che parla di «liberazione da un governo piduista», dopo aver detto no per settimane al governo tecnico e sì un minuto dopo la scomunica della presidente del senatori del Pd Anna Finocchiaro. Ma se uno il coraggio non ce l'ha, manzonianamente parlando, non può certo darselo. Potrà sembrare strano, ma sta in tutto questo fraseggio il gioco che lega il Pd all'Idv, nel momento in cui Silvio Berlusconi cede la mano a Mario Monti. Da una parte c'è un Franceschini barricadero fuori tempo massimo, che attacca il Pdl mettendo in serio imbarazzo anche i suoi,  «ma come, proprio ora che dobbiamo governare insieme?», sussurrano alcuni esponenti dell'opposizione quando Dario spara un veemente affondo «su chi ha causato questa situazione c'è nome e cognome agli atti del Parlamento». Dall'altra c'è di Pietro con elmetto e fucile, sapendo che si sta giocando tutto. Da manuale la sua passeggiata romana da Montecitorio a via del Corso, quando un militante lo blocca per chiedergli se «davvero appoggia Monti». Di Pietro ride e passa oltre, salvo poi sfogarsi più avanti facendo il gesto dell'ombrello quando incrocia l'auto di Berlusconi. A Ballarò, poi, cerca di recuperare sostenendo di aver solo fatto il gesto «a casa». Impagabile Di Pietro. Franceschini, invece, per festeggiare la «sera in cui si libera l'Italia», va a sentire il concerto di Bob Dylan. Anche gli antiberlusconisti di professione si prendono qualche momento di pausa.  Anche Bersani, parlando alla sezione   storica del Pd di via dei giubbonari, si lascia andare: «Oggi è la giornata della liberazione», è «stato il Pd che l'ha mandato a casa». Duro pure Massimo D'alema, libero - ormai - da lacci e lacciuoli. «Quella in cui versa il Pdl è una situazione di grave confusione», dice il presidente del Copasir, «speriamo che non produca danni al Paese più di quanti non ne siano già stati prodotti dal governo Berlusconi». Altro modo, altro stile, ma la sostanza è la stessa. Un altro modo di affrontare la situazione, invece, lo mettono in campo i big del Pd, tanto da apparire distanti anni luce dal ragionamento, tutto di pancia, di Franceschini. Pier Luigi Bersani, tanto per dirne uno. Parlando con i deputati, il leader dell'opposizione rimarca la necessità che non vi sia alcun «passo indietro della politica». «Noi non stiamo sulla difensiva», ha spiegato ai suoi il “clone” di Crozza, «ma, al contrario, abbiamo fatto una scelta di responsabilità e di generosità, perché per noi viene prima di tutto  l'Italia». Quindi la soddisfazione per come il  partito ha affrontato questo passaggio. «Il Pd è un partito solido e solidale». Come no, lo spieghi a Franceschini che nell'intervento alla Camera, indicando i banchi della maggioranza afferma che «siamo avversari e torneremo ad esserlo». Dove sia questa solidarietà appare davvero poco chiaro. di Enrico Paoli

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