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Da tempo la Hoepli non era più la Hoepli: per non chiudere serviva tutt'altro

Resta la speranza in un successore che, anche a costo di rinunciare al marchio, riesca a fare di meglio. Una preghiera che affidiamo al Cielo, speriamo non al vento
di Paolo Bianchimartedì 17 marzo 2026
Da tempo la Hoepli non era più la Hoepli: per non chiudere serviva tutt'altro

4' di lettura

Una libreria che chiude è sempre una tragedia. Un cupo segno dei tempi. Sta accadendo con la storica Hoepli, vetrine nel centro di Milano a un soffio dal Duomo. Illustre casa editrice, fra l’altro. Ulrico Hoepli si inventò nel 1875 i manuali tecnici, i libri sul come fare le cose. Guadagnò molto e spese anche molto per la comunità. Il planetario di Milano, per esempio, lo dobbiamo a lui. E veniamo all’oggi, con gli eredi che hanno annunciato la chiusura della società. I librai che perderebbero il posto sono una cinquantina. Di lì le manifestazioni sindacali e i dissensi in piazza e la raccolta di 42mila firme su internet, dato che non solo di lavoro si tratta, ma anche della cancellazione di un riferimento culturale. Venerdì prossimo è previsto un “tavolo” di confronto fra sindacati e Comune, i quali, scommettiamo, non sapranno cavare un ragno dal buco, essendo in tutt’altre imprese affaccendati.

Senonché, e per completezza, andrebbe anche sottolineato che i negozi non chiuderebbero se la gente ci andasse, e non solo a prendere lo spritz, come fanno nelle librerie-autogrill anche coloro che un libro in vita loro non Una libreria che chiude è sempre una tragedia. Un cupo segno dei tempi. Sta accadendo con la storica Hoepli, vetrine nel centro di Milano a un soffio dal Duomo. Illustre casa editrice, fra l’altro. Ulrico Hoepli si inventò nel 1875 i manuali tecnici, i libri sul come fare le cose. Guadagnò molto e spese anche molto perla comunità. Il planetario di Milano, per esempio, lo dobbiamo a lui. E veniamo all’oggi, con gli eredi che hanno annunciato la chiusura della società.

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I librai che perderebbero il posto sono una cinquantiIl 23enne fondista britannico Gabriel Gledhill ha deciso di salutare a modo suo la Norvegia, dopo che il Paese aveva deciso di negargli il rinnovo del permesso di soggiorno per allenarsi. Durante la 50 km a tecnica libera di Oslo ha deciso di ubriacarsi bevendo tutto ciò che gli spettatori gli passavano: «Forse cinque shot di Jaegermeister e da 10 a 12 birre», ha raccontato dopo la gara, confessando di aver «vomitato un po’ dappertutto sulla pista» ma senza «avere rovinato la gara agli altri». Alla fine, non è arrivato neppure ultimo...
l’hanno mai letto, figurarsi comprato.

Che la Hoepli soffrisse era già evidente, anche ai firmatari dell’appello, esclusi quelli, e sono molti, e sono troppi, che non ci mettevano piede da decenni. Di certo ai frequentatori più fedeli. Già prima di Natale del 2024 gli scaffali erano stati sfoltiti. Il meccanismo economico delle librerie prevede che queste ordinino e paghino i volumi in anticipo alle case editrici, salvo vantare un credito sui resi. La crisi procede dunque a spirale, in avvitamento: si ordinano meno copie e meno titoli per chiudere il rubinetto del cash in uscita, l’assortimento cala drasticamente, i clienti che andavano lì apposta perché ci trovavano quello che nelle librerie di catena non compare nemmeno dipinto, privilegiano altri canali.

Se nei supermarket della cultura vigono l’occupazione militare delle vetrine e s’inciampa nei metri cubi di cosiddetti bestseller (che spesso sono tali soltanto nelle pie intenzioni di chili stampa), a una libreria come la Hoepli si chiede un’offerta ampia e policroma. Si pretende che sia diversa, altrimenti tanto vale. E se poi i bilanci sono costantemente in rosso, e anno dopo anno il passivo s’ingigantisce, le conseguenze si fanno inevitabili. Un cugino che detiene il 33% della società non è d’accordo con gli altri eredi. Invano. Lui forse ci sarebbe riuscito, a invertire la rotta, chissà. Purtroppo il castello di carta non stava più in piedi. Lungi da noi l’idea di insegnare ad altri come fare il loro mestiere, ma nelle librerie storiche di storico ci sono anche i clienti. Forse se ne sarebbe dovuto tener conto.

La cosiddetta “fidelizzazione” tanto magnificata nei manuali di marketing è frutto di un lavoro paziente e costante. Niente ci toglie dalla testa che una certa disaffezione, anche tra coloro che oggi si stracciano le vesti, abbia dato il calcio definitivo a un’attività già agonizzante (si parla di 200mila euro di perdite all’anno); nei giorni di pioggia bastano due clic su Amazon e 24 ore di pazienza. In più, ci sono le sirene del quattrino; sette piani di immobili commerciali nel cuore più ricco e costoso della metropoli pretendono ben altri profitti. Per forza bisogna cambiare registro. Resta la speranza in un successore che, anche a costo di rinunciare al marchio, riesca a fare di meglio. Una preghiera che affidiamo al Cielo, speriamo non al vento.

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