Albertini come sta? Glielo chiedo perché il pranzo di La Russa coi candidati sindaci è andato di traverso a molti. Si ricomincia da capo: candidature, sondaggi, punzecchiature... altre libagioni?
«Indubbiamente quel pranzo un effetto l’ha prodotto e forse era già nell’aria: la rinuncia dell’unico candidato possibile vincitore della partita e cioè Carlo Cottarelli».
Ma lei l’ha capita la mossa di La Russa?
«Avrà avuto le sue buone ragioni se ha sondato tutti i candidati dichiaratamente di centrodestra e ha chiesto la loro disponibilità a rinunciare alla corsa per fare gli assessori di Lupi».
Il quale Lupi...?
«La sua notorietà è tale per cui resta il nome più indicato per provarci, non per vincere. In estrema sintesi, il più dignitoso candidato a perdere».
Non l’ha mai convinta, dica la verità.
«L’ho definito un chierichetto affarista in tempi passati. Definizione che non voglio ripetere, perché non ho alcun interesse a rinnovare la polemica sulla persona, ma non la smentisco. È l’unico dei miei 28 assessori con cui non ho mantenuto un rapporto».
Ma ha chance?
«Sicuramente è il candidato che perderebbe col minor distacco dal vincitore. Nell’unico sondaggio di cui disponiamo è dato al 41% per cento. Ed è indubbio che il suo partito abbia una visibilità enorme, assai superiore al peso elettorale che esprime dello 0.9%».
La sento scettico.
«Nelle ultime amministrative abbiamo perso 58 a 32 con Bernardo, e in tutte le altre elezioni politiche e regionali le liste di centrosinistra aggregate hanno avuto un netto vantaggio. Anche recenti analisi danno uno scarto di 10/14 punti tra i due schieramenti. La differenza può farla solo un candidato civico che sia espressione della coalizione».
Perché questa insistenza sul civico?
«Perché avrebbe l’appoggio dei partiti neocentristi di Azione e Italia Viva di Renzi, che a livello nazionale è schierato a sinistra ma a Milano potrebbe fare una scelta diversa. I due partiti insieme raggiungono il 10% in città. Inoltre un candidato civico potrebbe sperare nel voto degli astensionisti e dei moderati del Pd che non si riconoscono nella linea massimalista e populista di Schlein e del campo largo».
Dicono che Cottarelli non convincesse perché è di sinistra.
«Cominciamo col dire che è encomiabile che si sia dimesso dal Senato, in cui era eletto come indipendente nelle liste del Pd, per manifesto dissenso con la linea Schlein, lontana dalla sua posizione centrista. E poi c’è un dato. Milano, in 80 anni di Repubblica, è stata governata solo per 15 anni dal centrodestra. Formentini ha governato un anno come Lega e gli altri tre (complice la rottura Bossi-Berlusconi) ha fatto un’alleanza spuria con la sinistra. Poi ci sono stati i miei 9 anni di governo e i cinque di Moratti che però non è stata rieletta nonostante il merito di aver determinato la vittoria di Milano su Smirne e portato l’Expo sotto la Madonnina».
Quindici anni su 80 sono pochi in effetti.
«Milano non è di destra e non è conservatrice. Peraltro anche il successo delle nostre amministrazioni, che ancora si celebra e riverbera nello sviluppo della città, va attribuito a una conduzione di governo fondata su uno spirito civico, imprenditoriale e pragmatico. Hanno pensato all’inizio che fossi il fiduciario di Berlusconi, la realtà è che abbiamo governato secondo una visione illuminata dall’idea di perseguire il bene della città e non dei partiti che ci sostenevano».
Il pranzo dell’altro giorno e la rinuncia ufficiale del diretto interessato segnano la fine del tridente: Cottarelli sindaco e lei e Moratti come assessori.
«Il primo e unico sondaggio su Cottarelli lo dava tra il 44 e il 47% ancor prima di essere candidato. Per questo Moratti ed io ci eravamo messi a disposizione per la campagna elettorale ma anche per entrare in giunta. Si era persino parlato di deleghe. A me la sicurezza e la legalità, alla Moratti i rapporti internazionali e il welfare».
Perché la legalità?
«Perché è la mia forza visto il rapporto simbiotico che avevamo creato con la procura di Borrelli. Siamo riusciti a fare arrivare 30 miliardi di capitali in città, e abbiamo realizzato i grandi progetti che sapete e il “Miracolo Milano” senza un solo avviso di garanzia».
Antonio Civita, patron del Panino Giusto, la convince?
«Civita mi piace molto ma un civico deve essere noto al grande pubblico. Su di lui è mancata la convergenza dei partiti. Se ci fosse...».
Spada invece?
«È stato il mio primo candidato. Lo conosco da tempo e apprezzo come ha fatto il presidente di Assolombarda. Tre anni fa, nel bellissimo albergo di Guido Della Frera, organizzammo un incontro con lui e con Formigoni per sondare la sua disponibilità a fare il candidato sindaco. Rispose che ci avrebbe pensato ma aveva già altri impegni. Probabilmente si convinse che non era il caso quando gli parlai del lavoro da sindaco come di “un sequestro di persona del consenziente”».
Mestiere complicato in effetti.
«Quando Claudio Giardiello, nel 2015, entrò a Palazzo di Giustizia armato e uccise tre persone, tra le quali un magistrato, fui chiamato a fare un discorso al Senato sulla vicenda e mi presi la briga di andare a vedere le statistiche dei morti ammazzati in servizio negli ultimi dieci anni tra i diecimila magistrati e gli ottomila e rotti sindaci. Ebbene il rapporto era di uno a tre. Vengono ammazzati più sindaci che togati. E da sindaco guadagni come il direttore di una bella filiale di banca non certo di una sede centrale».
Quindi, quando le riproposero di scendere in campo nel 2021, cosa pensò?
«Che ci voleva un giovane quarantenne e non un anziano allora 71enne, poi come argomento per me irrilevante feci due conti e calcolai che rinunciando alla pensione di deputato europeo e senatore, e agli incarichi nei consigli di amministrazione delle aziende che seguivo, praticamente avrei dovuto pagare netti cinquemila euro al mese».
L’impressione è che stiate lavorando da tempo senza frutti.
«Le dico solo che avevo fatto anche i nomi di Carlo Bonomi e Corrado Passera. Quest’ultimo in particolare avrebbe potuto vincere al pari di Cottarelli in quanto profilo di rilevanza nazionale e internazionale. Chi meglio di lui: un passato glorioso da ristrutturatore delle Poste, eccellente banchiere sensibile alla politica, ministro del governo di unità nazionale in cui c’era anche il Pd e sostenitore di Parisi al punto da offrirgli la sede dopo avergli ceduto la candidatura. Ma non era interessato».
Non abbiamo detto del giornalista Giovanni Terzi e dell’avvocato La Lumia.
«Persone dignitose e perbene entrambe, oltreché amici, ma non abbastanza noti».
Terzi ha la Ventura accanto.
«Lui ha Simona accanto però Simona farebbe il sacrificio d’amore di aiutarlo? A una personalità mediaticamente esposta come lei non conviene connotarsi politicamente».
Poche donne in gara, a parte la Sardone per la Lega.
«Sardone è un’ottima candidata e ha fatto un risultato eccellente alle primarie della Lega. Per il resto si registra il vuoto. Ma siamo il paese in cui le donne hanno votato la prima volta nel ’48, e abbiamo dovuto attendere Giorgia Meloni per avere la prima presidente del consiglio e Moratti per il primo sindaco di Milano donna. Nei ruoli in cui serve acquisire il consenso purtroppo permane un certo maschilismo».
Con un candidato che non sia Cottarelli scenderebbe in campo?
«Darei un contributo ma non sarebbe allo stesso livello: alla mia età non si gioca per perdere».
Lupi invece? Gli conviene la sfida?
«Come diceva Flaiano, “quando puoi scegliere, scegli sempre lo svantaggio: è il più difficile a perdersi”. Lupi è disposto a giocare la partita perché anche se perdesse, ne guadagnerebbe in notorietà per un anno e il suo partito raddoppierebbe o triplicherebbe i consensi».
E gli equilibri nella coalizione ne risentirebbero?
«La Lega sarebbe dissanguata da Vannacci, Forza Italia cannibalizzata da Noi Moderati, Fdi forza egemone della coalizione».
Parliamo di Calabresi adesso...
«La coalizione di centrosinistra ha già 14 punti di vantaggio. Con Calabresi non dovrebbe neppure fare campagna elettorale. Le confesso anche che se fosse candidato lui, prenderei in considerazione il voto disgiunto. Ho letto i suoi libri, lo stimo, grande scrittore e comunicatore, con una umanità straordinaria: c’è un patto tacito tra noi da quando tolsi l’iscrizione sulla lapide di Pinelli in piazza Fontana che accusava il padre di assassinio e feci mettere l’epigrafe “morto tragicamente” perché tutte le sentenze esentavano il commissario da qualunque responsabilità. Volendo trovare un pelo nell’uovo a Mario direi che le sue direzioni di giornale non sono state eccelse e come sindaco dovrebbe dimostrare la sua capacità di gestore/organizzatore».
Previsioni per il futuro?
«Una sola e disperante. Siccome è partita vinta, Schlein potrebbe essere tentata di mettere un suo epigono a Milano (Majorino) e fare di questa grande città la capitale dei verdi talebani, delle piste ciclabili, del campo largo. Tremo al solo pensiero».




