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Federico Rampini, Renato Farina lo difende: "I compagni lo linciano? Per forza: è l'unico giornalista intelligente della sinistra"

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Renato Farina
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Il fenomeno si ripete da circa un anno a questa parte. Quando, collegato per video con qualsivoglia talk-show da San Francisco, Singapore, Bruxelles o - ad ogni morte di Papa - da Roma, Federico Rampini esprime un suo giudizio argomentato, peraltro sempre con gli accenti circonflessi al posto giusto, si trova contro i compagni che ogni volta non riescono a crederci. Com' è possibile che da quella bocca un tempo adorata partano fulmini e saette - ovviamente flautate -contro le verità di ferro della sinistra italiana ed europea? Non ha rinnegato niente, Rampini. Semplicemente si è spostato dall'ideologia alla realtà. Ha deciso di privilegiare l'evidenza delle cose alle fumisterie della dialettica. In Italia è rimasto intatto, nonostante gli scossoni della storia, il vecchio juke-box progressista a doppia selezione: una tastiera con le canzonette pop, l'altra con i cantautori profondi. Lui era il campione della lista numero due, il super-figo che detta il Verbo dalle cime dei grattacieli e dagli sprofondi della Silicon Valley, ma comunque in linea con i sacri dogmi. Rampini ha finito i gettoni. Scusate l'immagine anni 60, ma la storia è questa qua.

La cosa peggiore è che Federico non rinnega niente, non si sogna di proclamare nessun me-ne-frego. E questo è pure peggio. Non possono trattarlo da fedifrago. Togliatti reincarnato lo strapperebbe con le sue dita da latinista, dandogli del pidocchio, «dalla criniera del cavallo da corsa» naturalmente rosso. Altro che purosangue: Pd o Cgil o Leu sono ronzini buoni per lo scortichino, secondo Rampini la scuderia progressista può tornare a galoppare se dismette i destrieri dopati dai luoghi comuni, se getta dalla finestra i miti dello statalismo, dei lavoratori sempre e comunque bravi, mai da licenziare. Se ascoltasse Federico magari non ci troveremmo in pista Varenne, ma almeno qualcuno contro cui correre senza disperare se si perde.

FERIE RUBATE
Ieri abbiamo assistito e oggi continueremo a osservare il fenomeno del linciaggio di Rampini. Ha detto con semplicità e periodare ben tornito che i compagni lavoratori statali sono dei "lazzaroni" che con un falso smart-working, che dovrebbe voler dire lavoro intelligente, invece furbescamente si sono goduti ferie rubate ai cittadini che gli pagano lo stipendio. Oddio. Si è levato un coro universale su internet, ciò che se non altro smentisce quel che a me - scusate il caso personale - è stato comunicato dagli uffici di un Tribunale vicino casa. Spiego in due parole, pronto a fornire ogni documentazione del caso. Inviata per posta elettronica certificata tramite legale una circostanziata richiesta, la busta elettronica non è stata aperta per mesi. Perché? Causa lockdown. Ma come? Non accettavano il deposito a mano perché c'era il lockdown, e ora dicono che siccome stavano a casa non hanno aperto la posta elettronica dell'ufficio? E si sa il digitale funziona e non funziona. Diremmo soprattutto la seconda che ho detto.

È stata una valanga social, è persino possibile che qualcuno tra i lavoratori statali domestici sia disposto persino a prendere il tram per rincorrerlo. Anzi no, perché adesso ci sono le ferie ufficiali. Il caso della Sicilia è noto. Il presidente della Regione (di destra) Nello Musumeci ha spiegato che l'80 per cento dei suoi 13mila dipendenti non fa nulla e da casa anche meno di nulla. Un assessore ha invocato che per una volta rinunciassero alle ferie, dato che ci sono pratiche inevase per spendere mezzo miliardo di fondi europei altrimenti perduto. Forse un riposino se l'erano fatto, lungo quattro mesi. I sindacati della pubblica amministrazione hanno risposto duramente che le ferie sono un diritto costituzionale irrinunciabile. Eh sì, minchia. Chi ha dato il diritto a Rampini di considerare come ferie truffaldine il doloroso sacrificio dei tre milioni circa di dipendenti statali? Costoro in questi mesi, senza lamentarsi, senza assembrarsi nei bar per il tradizionale cappuccino, hanno dovuto pendolare con grande senso del dovere, qualche volta in mutande per la disperazione, dal divano alla sedia di casa, con quel computer che non funziona, internet che traballa, senza postura ergonomica con conseguente strazio dei glutei.

Talvolta pure senza buono pasto. Vicino a lui, il professor Carlo Cottarelli, che queste cose non le dice perché spera sempre di tornare con il suo trolley a Palazzo Chigi, non riusciva a trattenere le ganasce dall'erompere di un riso liberatorio. Pietro Ichino, giuslavorista minacciato anni fa dalle Brigate rosse, aveva espresso i medesimi concetti di Rampini, e oggi si ritrova nel mirino delle Brigate lazzarone, che per fortuna sono troppo stanche per nuocergli. A costoro i difensori degli statali strepitano: dove sono le prove? Forniteci le statistiche! È un negazionismo di sinistra rispetto al quale quello sull'inesistenza del Covid appare essere persino più serio.

 

 

PANE E COMUNISMO
Questo è solo l'ultima disfida che Rampini si è trovato a combattere tra i suoi di sinistra. Uno della sua pasta fluorescente è il professor Luca Ricolfi, ma qui parliamo di giornalisti e non di sociologi progressisti. E tra i gazzettieri nati e restati tra i compagni, l'editorialista e inviato di Repubblica è certamente il migliore (splendida la sua news letter settimanale dagli Usa). Non intendiamo trascinarlo sull'altro lato del campo. Infatti, bretelle a parte, che sono di destra, Federico Rampini è senza alcun dubbio di sinistra. È cresciuto a pane, comunismo su cui crescendo ha spalmato il caviale. C'è lo ricordiamo bene, fino a tre o quattro anni fa. Cinque o sei lingue, tutte ricamate con la evve color pastello alla Agnelli; un amore viscerale per il popolo e un'allergia da choc anafilattico per la popolazione; il fatto di essere diventato ancora giovane (oggi ha 64 anni) il giornalista prediletto da Carlo De Benedetti: tutto questo gli ha garantito un sana antipatia tra le plebi di destra, che si sentivano guardate da questo signore di eleganza casual come se fossero porcellini d'India però un po' obesi.

Ma non erano tanto gli occhi a fargli voler male dai non-progressisti, ma la molletta sul bel naso per non rovinarsi l'odorato. Per altro, l'uomo suscitava già dai tempi della sua ortodossia molte invidie tra i colleghi di sinistra che lo sapevano perennemente in viaggio in business class lungo gli itinerari del potere globale. San Francisco, Pechino, New Delhi, Bruxelles, ovviamente Davos. Per cui volentieri lo vedono attaccato dai piranha dacché prima ha negato che in Italia ci sia un qualsivoglia pericolo fascista, e poi ha rovinato la retorica degli "ultimi", spiegando che i dimenticati dalla sinistra (e dalla Chiesa) non sono gli stranieri, ma i "penultimi". Chi sono? Quelli per cui non corre lo stipendio sicuro, e cui tocca vivere in periferie pestilenziali. I penultimi sono esattamente i non-statali. Logico che costoro azzannino Rampini: uno di sinistra che ha il torto di evitare le bugie. Finché dura (la sinistra).

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