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Hamas scende in campo per salvare la Albanese

di Pietro Senaldidomenica 15 febbraio 2026
Hamas scende in campo per salvare la Albanese

4' di lettura

Francesca Albanese una di noi, Allah Akbar. La relatrice Onu minaccia di querelare chi la associa ad Hamas, ma il gruppo terroristico ieri si è schierato ufficialmente in sua difesa. Chissà se la cosa la inorgoglisce o la imbarazza. Le pressioni dei governi occidentali perché l’avvocata si dimetta dal suo incarico presso l’Onu sono giudicate dai tagliagole che tengono in ostaggio Gaza, secondo quanto riporta il ministero degli Esteri israeliano, «un’espressione vergognosa di ipocrisia e doppio standard». L’Occidente vuole «punirla perché difende i palestinesi», sostengono i macellai del 7 ottobre, sparlando di «diritto internazionale e valori umani» che donna Francesca difenderebbe ed Europa e Israele violerebbero. In un mondo normale quello di Hamas sarebbe il bacio della morte, ma l’Onu da tempo non rappresenta il mondo normale e si terrà la relatrice in odore di antisemitismo, facendo finta di nulla.

All’orrore dei terroristi pro Albanese ieri si è aggiunta la banalità dello star system occidentale. Francia e Germania chiedono la revoca della prediletta dai fanatici di Allah dall’incarico di relatrice Onu per i Territori Palestinesi perché la ritengono poco equilibrata, ideologica e sostanzialmente antisemita. Ed ecco che oltre cento personalità dello spettacolo e della cultura, tutti figli dell’Occidente e milionari in dollari, firmano una lettera di «pieno supporto ad Albanese, difensore del diritto all’esistenza dei palestinesi». Figurano nell’elenco degli statisti da red carpet Javier Bardem, Annie Lennox, Mark Ruffalo, perfino la nostra Asia Argento. Eva beh... Non sono però i vip della pellicola gli sponsor più pericolosi di Albanese, come si è visto. Così come non sono le sue frasi su «Israele nemico comune dell’umanità» o, come corregge l’interessata, «sul sistema occidentale di finanziamenti occulti, algoritmi e armi che aiuta lo Stato Ebraico a perpetrare il genocidio dei palestinesi», che possono mettere a rischio la poltrona dell’avvocata irpina.

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Già, perché la battaglia sul diritto a sparare ad alzo zero su Israele, donna Francesca l’ha vinta nel 2022, quando è riuscita a farsi nominare relatrice Onu contro il parere non solo di Gerusalemme e degli Stati Uniti, ai tempi governati da Joe Biden, ma anche di Olanda e Ungheria. Nel 2014, ben prima dell’incarico, la futura relatrice aveva già parlato pubblicamente di «Stati Uniti ed Europa soggiogati dalla lobby ebraica» e, riferendosi alle azioni di Hamas, di «oppressi che si difendono con i mezzi che hanno». Aveva già paragonato la situazione di Gaza a quella degli ebrei nel ghetto di Varsavia, spiegando che gli interventi di Israele nei Territori non possono mai essere concepiti come difensivi.

Insomma, quando i 47 Paesi del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che ha sede a Ginevra, a poche decine di chilometri da Crans Montana, hanno deciso, a maggioranza, sotto la guida di un peronista argentino di estrema sinistra e non senza le vibrate proteste della minoranza, di nominare Albanese, sapevano benissimo chi sceglievano, cosa avrebbe detto e cosa avrebbe fatto. Con le sue recenti e dubbie esternazioni su Lilliana Segre testimone poco credibile dell’antisemitismo, e quel “noi” con cui si rivolge a una platea di islamisti, Stati canaglia e militanti di formazioni terroristiche, Albanese non fa che tenere fede al proprio mandato e servire la causa di chi lo ha voluta lì. E infatti il sostegno di Hamas è tutt’altro che casuale.

Anche se i meccanismi di nomina dei relatori Onu sono talmente opachi da non consentire un elenco chiaro degli sponsor dell’avvocata irpina, le ricostruzioni convergono nel descriverla come la paladina del Sud Globale, espressione con cui si intendono non soltanto gli Stati africani e del Sud America, ma più in generale l’asse delle nazioni ostili all’Occidente; i cosiddetti Brics, in definitiva. Congo, Sud Africa, Egitto, Etiopia, India, Indonesia, Cina, Pakistan, Iran, Colombia, Brasile: questi fra i principali Paesi indiziati di aver voluto Albanese presso l’Onu. E per l’eventuale revoca, chiesta da Berlino e Parigi, da quelle nazioni bisogna passare, visto che è da esse che arriva l’incarico e tanto più che Usa, Germania e Israele neppure sono nel Consiglio di Ginevra.

Le Nazioni Unite infatti della questione se ne lavano le mani. L’avvocata non è una nostra dipendente né la stipendiamo, al massimo provvediamo a qualche rimborso spesa per le sue missioni, spiegano al Palazzo di Vetro, con ragione giuridica, sottolineando come il mandato di relatore sia incarico del tutto indipendente, e proprio per questo l’Onu non se ne fa carico economicamente. Per schiodare donna Francesca dal suo scranno bisogna quindi aspettare che scada il suo mandato, non più rinnovabile, nell’aprile 2028. Difficilmente infatti l’interessata si dimetterà ed è improbabile che le arrivi un avviso di sfratto dalla maggioranza del Consiglio dei Diritti Umani, dove curiosamente figurano Paesi che la nostra magistratura, quando si tratta di giudicare il ricorso di un immigrato clandestino da rimpatriare, ritiene pericolosi perfino per i loro cittadini.

Potrebbe sollecitarla ad andarsene il presidente dell’assise ginevrina, ma è un diplomatico di lungo corso dell’Indonesia, la nazione musulmana più popolosa al mondo, e non vale la pena di farsi illusioni. Battaglia vana dunque? No. Il ruolo di relatore Onu è incarico di testimonianza, la credibilità di chi lo ricopre è determinante. Dopo la dichiarazione d’amore che le ha fatto Hamas, sostituirla sarebbe interesse dell’Associazione Nazionale Palestinese molto più che di Israele, che dalle accuse di antisemitismo rivolte a una relatrice Onu trae forza e sostentamento morale.

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