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Achille Serra: "Vallanzasca e Turatello li sconfissi senza pistola ma oggi girerei armato"

di Alessandro Dell'Ortodomenica 26 aprile 2026
Achille Serra: "Vallanzasca e Turatello li sconfissi senza pistola ma oggi girerei armato"

12' di lettura

Commissario, prefetto, questore, deputato, senatore: Achille Serra, quale appellativo preferisce?
«Se non mi chiama onorevole e senatore mi fa una cortesia».

Addirittura?
«Quando ho fatto politica ho capito che quello non era il mio mestiere: sono l’unico caso nella storia italiana a essersi dimesso durante la legislatura.
Mi sono alzato e, con un po’ di ironia, ho detto: “Signori, chiedo scusa, ma non sono alla vostra altezza”».

Ok, allora niente deputato e niente senatore.
«Guardi, commissario va benissimo».

I suoi colleghi, invece, ai tempi come la chiamavano?
«Semplicemente Achille. E pure i banditi, durante le trattative, si rivolgevano a me con il nome di battesimo. In casa, invece, sono per tutti Franco perché Achille, nome che mi è stato dato per ricordare il nonno paterno, non è mai piaciuto a mia madre».

Lei è soprannominato pure “poliziotto senza pistola”.
«Significa “armato solo del dialogo” perché non ho mai portato armi e, durante le operazioni, nessuno dei miei uomini ha esploso un solo colpo. Anche per questo venivo rispettato».

Ora ce l’ha una pistola?
«Certo, la tengo in casa. Però le confesso una cosa».

Prego.
«Non sono mai stato terrorizzato dai banditi, ma adesso, d’istinto, un’arma la porterei con me: i ragazzini di oggi mi mettono veramente paura, a 14 anni ti ammazzano senza un motivo e non hai difesa. Anche la criminalità è cambiata».

Poi approfondiamo. Serra, parliamo di lei: che fa ora che è in pensione?
«Nulla, dopo tanti anni di adrenalina la mia vita è diventata tranquilla. Mi godo la famiglia e i nipoti: Filippo ha 16 anni, Matilde 20».

Dove vive?
«Io e mia moglie, per stare vicino alle figlie Annalisa e Valentina, stiamo un mese a Roma e uno a Milano».

Che sono le città della sua vita, quella in cui è cresciuto e quella in cui ha lavorato per 20 anni. A proposito, facciamo un salto indietro al piccolo Achille.
«Nasco a Roma il 16 ottobre 1941: scherzando, dico sempre che sono un miscuglio tra mafia e camorra perché papà Michele, insegnante di matematica, è siciliano e mamma Anna, prof di latino, è napoletana».

Che bambino è?
«Un mascalzone, litigo con tutti, sono un piccolo boss del quartiere».

Ci faccia capire meglio.
«Da ragazzino pratico judo e, da deficiente, quando incontro qualcuno che mi guarda male lo prendo e lo butto per terra. Sono uno sbruffone, insomma. Finché una volta becco quello sbagliato e, poco dopo, arrivano i suoi amici con i bastoni per vendicarsi».

Mica male. Come mai quel sorriso?
«Le svelo un’altra bravata. Con un amico, a 18 anni, vado a rubare una campana in chiesa. Così, per noia. Sul più bello, però, il guardiano se ne accorge e scappiamo di fretta».

Scuole?
«Frequento il liceo classico “Visconti” a Roma, ma vado malissimo. La professoressa di inglese un giorno chiama mia madre e le dice: “Collega, tuo figlio non è che non studia, è proprio cretino”. Il motivo?
Avevo fatto un buco nella cattedra: appena arrivava facevo cadere la penna, mi chinavo e la spiavo».

Quando mette la testa a posto?
«Dopo il liceo mi iscrivo a giurisprudenza, mi laureo e inizio a lavorare nello studio di uno zio, voglio fare l’avvocato. Decido di provare a fare l’esame da procuratore e, per allenarmi, partecipo a un concorso per commissario».

Che vince.
«Prometto a mia madre che farò il poliziotto solo qualche mese mentre aspetto l’altro esame. Nel frattempo vado al ministero e, quando mi chiedono dove voglio andare, rispondo: “Milano”. Una follia in quel periodo, perché è la città più pericolosa: ci sono una criminalità mafiosa pesante e i movimenti studenteschi».

Primo incarico?
«Mi mettono in un piccolo commissariato di periferia a passare carte, allora prendo il coraggio di andare dal questore: “Questo lavoro non fa per me, se non mi date un ruolo più operativo torno a Roma”.
E vengo subito trasferito alle volanti. Questo è il momento in cui, da balordo, divento una persona seria perché mi innamoro della professione».

Stipendio iniziale?
«Centodiciannove mila lire al mese e, per due anni, lavoro giorno e notte perché voglio imparare il più possibile».

Scusi, ma il famoso esame da procuratore?
«Torno a Roma per sostenerlo e, così, accontentare mia mamma. La sera prima dello scritto vado a cena con mio fratello, che fa il pilota d’aereo, la sua fidanzata e un’amica di lei, una certa Agnese. All’improvviso, però, mio fratello deve tornare a Fiumicino e, così, io e quella ragazza restiamo soli».

E vi innamorate.
«Ci vediamo undici volte perché ogni mese faccio il pendolare Milano-Roma. Ma è sfiancante e, dopo un anno, le propongo: “O ci sposiamo o ci lasciamo”. E nel 1972 la porto all’altare».

Continuiamo con la sua carriera. Dopo pochi mesi dall’arrivo a Milano, il 12 dicembre 1969, avviene la strage di piazza Fontana: alla Banca Nazionale dell’Agricoltura esplode una bomba che provoca 17 morti e 88 feriti. Lei è trai primi ad arrivare sul posto.
«Una telefona dice che è scoppiato un tubo del gas e mandano me, ma quando arrivo mi rendo conto della tragedia perché tutti i vetri dei palazzi sono rotti. Appena dentro la banca, poi, ho di fronte una scena surreale: persone spappolate, gambe scaraventate al secondo piano, brandelli di uomini ovunque».


Che fa?
«Mi precipito alla ricetrasmittente e chiedo un centinaio di ambulanze, ma dall’altra parte non mi credono e pensano stia esagerando».

Invece ha ragione. Una scena che non dimenticherà mai?
«Il cardinale Colombo si avvicina a un uomo che, dalla vita in giù, ha il corpo squagliato: si inginocchia davanti a lui e prega».

Ma lei, trovandosi in una situazione tanto straziante, non sta male?
«È la prima volta che vedo sangue e morti, ma reggo bene e capisco che questo è il mio lavoro».

Mai successo, in carriera, di impressionarsi?
«Solo in un caso nel 1975. È dicembre, caloriferi altissimi, entro in un appartamento per un duplice omicidio e trovo i cadaveri scoppiati per il caldo.
Una puzza orribile».

Qualche altro episodio particolare?
«Estate 1971, sto finendo il turno quando si presenta una maestra delle elementari, esile, elegante, occhi da cerbiatta. Si toglie i guanti e, dalla borsetta che tiene sulle ginocchia, estrae un pene grondante sangue. “Ho evirato quel porco del mio amante”, dice».

Urca. Torniamo a piazza Fontana. Tre giorni dopo la strage, in questura, muore l’anarchico Giuseppe Pinelli, sospettato dell’attentato, che cade dalla finestra del quarto piano dove lo stanno interrogando gli uomini del commissario Luigi Calabresi e...
«...la fermo subito. Sa che recentemente ho dovuto pagare 10mila euro per aver detto in tv che si è suicidato? Secondo la sentenza è stato un malore: ok, allora mi rifaccio a quella».

Calabresi è il primo funzionario che lei affianca in quegli anni. Chiuda e gli occhi e pensi a lui: chi vede?
«Una persona bella, intelligente, preparata, l’uomo che mi ha insegnato come dialogare con i criminali. Dopo la morte di Pinelli, però, viene massacrato ogni giorno nei cortei e sui giornali e una volta gli chiedo: “Perché non te ne vai?”. “Tu te ne andresti?”, mi risponde e in quel momento capisco perché non molla. Per anni, in quel periodo, ho odiato il governo».

In che senso?
«Potevano trasferirlo d’autorità, obbligarlo ad andarsene o quanto meno mettergli una scorta di 20 uomini».

Invece viene ucciso il 17 maggio 1972.
«Si pensa a una rapina e mandano me, che sono il più giovane, ma appena sono in via Cherubini mi rendo conto: si tratta di Calabresi, gli hanno sparato davanti a casa ed è morto. Siamo tutti sotto shock e arriva il momento più difficile: salire ad avvisare la moglie».

Ci va lei?
«Il questore Allitto, che è un duro vero, è in lacrime e mi chiede di accompagnarlo, così facciamo i tre piani di scale e suoniamo il campanello. Quando Gemma Capra, la moglie che è incinta, apre la porta non c’è bisogno di parlare, ha già capito e sussurra: “Me lo aspettavo...”».

Quegli anni, a Milano, sono anche quelli delle lotte studentesche.
«Tram rovesciati, molotov, macchine bruciate. Io sono alla volante, ma il vice questore Vittoria, a capo dell’ordine pubblico, è convinto che porti fortuna e tutti i sabati mi vuole con sè».

Alla guida degli studenti c’è Mario Capanna.
«Intelligentissimo e molto preparato. Ma gli salviamo la vita».

Cioè?
«Durante i funerali di Antonio Annarumma, agente rimasto ucciso negli scontri del novembre ’69, Capanna lancia un drappo rosso sul feretro. Poi scappa, ma viene braccato dalla folla inferocita, io e Calabresi gli corriamo dietro e riesco ad afferrarlo di peso trascinandolo in una farmacia. Così evita il linciaggio».

L’ha mai ringraziata?
«Ha sempre detto di non ricordarlo... In realtà però, poi, mi ha quasi restituito il favore».

Quando?
«Funerali di Feltrinelli, febbraio 1972, mi intrufolo tra gli estremisti, ma Capanna mi riconosce e mi fissa a lungo. Avesse alzato un solo dito mi sarebbero saltati addosso in centinaia. Invece sta zitto e me ne vado».

Sempre in quell’anno lei arresta per la prima volta un certo Renato Vallanzasca.
«C’è una rapina a Quarto Oggiaro e una soffiata ci dice che il capo della banda è lui, ai tempi sconosciuto. Scopriamo dove abita e facciamo irruzione, ma senza prove concrete. Renato si sfila un Rolex d’oro: “Mi gioco l’orologio: se riesci a incastrarmi è tuo, altrimenti basteranno delle scuse».

E come va a finire?
«Il maresciallo che è con me trova, in un cestino, dei fogli sminuzzati, li rimette insieme e dal puzzle escono gli importi del colpo. Così gli restituisco il Rolex: “Questo è tuo, ma hai perso”. E lo arresto».

In quel periodo Milano diventa invivibile tra rapine, sparatorie e la novità dei sequestri di persona: un centinaio all’anno in Lombardia.
«All’inizio siamo impreparati e indaghiamo come fossero crimini normali, poi capiamo e formiamo un pool».

Qualche rapimento che non dimenticherà mai?
«Quello di Daniele Alemagna, il primo bambino. Un sequestro che mi fa crescere perché quando incontro il padre gli domando “Secondo lei perché l’hanno portato via?”, facendo la figura del cretino. Poi io e lui diventiamo una sola cosa, malgrado la moglie si metta di mezzo, e quando gli arriva la lettera dei rapitori e gli chiedo di consegnarmela risponde: “Dottore, mi fido di lei, metto la vita di mio figlio nelle sue mani. Ecco la lettera”. Un grandissimo uomo: io, a parti invertite, quel documento non l’avrei mai dato».

E poi come va a finire?
«Seguiamo le istruzioni, ci appostiamo, vediamo che i rapitori prendono i soldi, ma non li fermiamo per non rischiare che non rilascino il bambino. Daniele è salvo, ma loro fuggono».

Altri sequestri da ricordare?
«La giovane Emanuela Trapani, che a soli 16 anni si trova nelle mani di Vallanzasca».

E si innamora del “bel Renè” perla “sindrome di Stoccolma”. Perché quello sguardo?
«È Vallanzasca che si innamora di lei...».

Ah. E poi come finisce?
«Dopo un po’ lei decide di staccarsi dalla banda e, finito il sequestro - con il pagamento di un riscatto di 5 miliardi di lire-, la portiamo nell’appartamento in cui era stata tenuta. Nega tutto, dice di non ricordare, che era sempre bendata. Prima di uscire, però, apre d’istinto un cassetto e prende una gomma americana. Così si tradisce».

Recuperate i soldi?
«Capiamo che Antonio Colia, braccio destro di Vallanzasca e mente della banda, è nascosto con altri in un grattacielo e bussiamo all’appartamento. “Sono Serra, arrendetevi”. “Achille, sai che di te mi fido: manda via gli agenti e non succederà niente”, risponde».


Che fa?
«Dopo una trattativa di tre ore si apre la porta e Colia ha in mano una bottiglia di Kristal, lo champagne più pregiato, e due bicchieri: “Achille hai vinto, brindiamo”. Niente denaro, però: nel frattempo quei 5 miliardi sono stati bruciati nella vasca da bagno».

La liberazione che l’ha più commossa?
«Quella dell’ingegner Carlo Lavezzari, un gigante ridotto a 50 kg e picchiato ogni giorno. È il mio primo capolavoro. Per beccare il telefonista mentre chiede il ricatto faccio disattivare 150 cabine del telefono e, le altre, le faccio controllare dagli agenti piazzandone uno ogni tre telefoni. Così lo intercettiamo».

Ma lei, in quegli anni di sequestri, rischia mai la vita?
«Rapimento Meroni, 1977, troviamo l’appartamento in cui Antonio Cristiano, un bandito legato a Vallanzasca, tiene il ragazzo. La trattativa dura cinque ore, poi finalmente si apre la porta, il rapito esce ma mi rendo conto che c’è qualcosa di insolito, vengo guardato con odio. Solo poi, dal racconto del ragazzo, scopro che Cristiano, prima di liberarlo, aveva cercato di spararmi attraverso la porta con il mitra, che però si era inceppato».

La trattativa più lunga fatta con dei malviventi?
«Settembre 1972, c’è una rapina alla banca di piazza Insubria: due banditi, uno più ragionevole e uno sotto gli effetti della cocaina, hanno in ostaggio 75 persone. Li chiamo dal telefono di un bar lì vicino, dopo quattro ore di colloqui capisco di averli in pugno e li provoco: uno di loro mi dice “ora ammazzo un ostaggio” e gli rispondo “ammazzane due che sono stanco”. Da quel momento tutto cambia, inizia la trattativa vera e mi chiedono di entrare».

Lo fa?
«Sì, ma i superiori mi obbligano a portare una pistola così, una volta dentro, quando vogliono perquisirmi, fingo di arrabbiarmi ed esco. Poi rientro senza arma, li convinco che rischiano il linciaggio e che è meglio che si arrendano, che li scorto fuori io e poi una macchina li porterà via. E alle 16, dopo sette ore, accettano».

Lei in quegli anni si dimostra un fenomeno delle trattative: ma come le conduce? Studia psicologia?
«Macché, tutto improvvisato. È istinto da autodidatta».

Commissario, nella guerra tra bande, oltre a Vallanzasca, in quel periodo spopolano Turatello ed Epaminonda. Che differenze ci sono tra loro in quegli anni?
«Vallanzasca è un criminale coraggioso e intelligente, ma un improvvisato di periferia che diventa bandito. Turatello invece è un vero boss che non uccide tanto per uccidere: gestisce tutti i night e le bische ed è il figlioccio di “Frank Tre Dita“ da cui ha imparato il mestiere».

Epaminonda?
«Di lui non ho nessuna stima, perché uccide fuori luogo e con me non va mai d’accordo, non abbiamo un dialogo. Però ho l’intuizione di mandare i due funzionari più bravi a interrogarlo giorno e notte nella camera di sicurezza e il risultato è che, alla fine, decide di pentirsi. “Però in cambio mi dovete lasciare una notte con mia moglie”, ci dice».

Accettate?
«Sì e da quell’incontro, poi, nascerà un figlio».

Dopo essere andato a gestire le questure di Sondrio e Cremona e il Servizio centrale operativo (la Fbi italiana), nel 1993 torna a Milano come questore. E conosce Berlusconi.
«Lo incontro allo stadio per un Milan-Roma, mi invita a cena e mi dice: “Se divento presidente del Consiglio, la nomino capo della polizia”».

Mantiene la promessa?
«Appena è Premier mi telefona: “Non sono riuscito a farla capo della polizia, ma la faccio nominare prefetto di prima classe e vicecapo vicario della polizia».

Perchè non ci è riuscito?
«Oscar Luigi Scalfaro lo odia così tanto che gli contesta ogni nomina».

Con il governo Dini, nel 1995, le chiedono di andare a Palermo come prefetto.
«Dove rifiuto la scorta tra la sorpresa di tutti, metto il veto a girare sempre con le sirene accese e faccio finire e inaugurare il nuovo aeroporto “Falcone e Borsellino”».

Poi la parentesi politica di due anni, le dimissioni e l’incarico di prefetto ad Ancona e poi Firenze.
«A Firenze il mio secondo capolavoro con il “Social forum del 2002”. C’è grande tensione perché è fresco il ricordo del G8 di Genova e i manifestanti chiedono di passare in centro. Oriana Fallaci mi attacca: “Lei non capisce niente, un prefetto non può far distruggere la mia città”. Ogni giorno, allora, vado a casa sua per rassicurarla, la tengo aggiornata, le spiego come agiremo e, la sera prima della manifestazione, la carico sulla mia auto privata e la porto lungo il percorso spiegandole che la polizia non si vede, ma è nascosta».

Come finisce?
«Nessun incidente e i manifestanti, la sera dopo i cortei, vengono da me con pizza e birre per festeggiare insieme».

Commissario, siamo alle ultime domande veloci.
1) Rapporto con la religione?
«Sono molto credente, vado a messa ogni domenica».

2) Paura della morte?
«No, perché colpisce tutti».

3) Cosa pensa dei giovani?
«Ho grande stima perché sanno fare cose che io manco mi sogno».

4) Ultima volta che ha pianto?
«A parte per la morte dei miei genitori, quando è stato ucciso Calabresi».

Sono passati 54 anni!
«Nelle difficoltà io divento freddissimo».

5) L’ultima volta, invece, che ha riso di gusto?
«Per i miei 80 anni: abbiamo fatto una festa con tutti i parenti, eravamo una cinquantina ed è stato davvero divertente».