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E l'ex tesoriere della Margherita minaccia: "Ai magistrati avrò molte cose da dire"

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Lusi prima di lasciare l'aula del Senato dopo il sì al suo arresto: "Ci sono tanti punti da approfondire"

Matteo Legnani
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C'è solo un momento in cui la maschera di imperturbabilità fin lì tenuta sembra cadergli. Quando Luigi Lusi chiede scusa. Perché «in un momento difficilissimo come l'attuale, con milioni di persone in difficoltà e una crisi economica che rischia di sconvolgere gli assetti sociali del Paese, sento il dovere di pronunciare parole di personali scuse, consapevole - come sono - della necessità di un simbolico gesto di riparazione». La voce viene meno. Beve un sorso d'acqua. «Credo che un uomo vada giudicato da come reagisce al fallimento, non al successo». Ma è solo un momento. Prima e dopo resterà impassibile, concentrato in un discorso che sembra un'arringa, del resto è avvocato. Poi lo sfogo finale. «Si è voluto rispondere al Paese, non al merito delle cose». Ma, lascia capire Lusi, uscendo dall'Aula che ha appena votato per il suo arresto, la vicenda non finisce qui. «Ci sono una marea di approfondimenti che, se i magistrati vogliono, sono disposto a fornire. Tanto da stasera mi avranno lì quando vogliono». No, non si sente un capro espiatorio. «Ma vivo un incubo, questo sì. Io voglio combattere, so che c'è un giudice a Roma, non solo a Berlino. Non mi sono dimesso da senatore perché anche questo sarebbe stato interpretato male». Finisce così l'ultima giornata da senatore dell'ex tesoriere della Margherita. Iniziata alle 16.30 quando, nell'Aula del Senato,  prende posto nella penultima fila dell'emiciclo, spicchio centrale. Abito scuro, cravatta blu, immobile. Ogni tanto si sistema la giacca. O il colletto della camicia. Uniche concessioni a una tensione che, per il resto, Lusi controlla come una camicia di forza. Il volto impassibile, a tratti di sfida, non si perde una virgola degli interventi dei «colleghi senatori» che si dichiarano a favore del suo arresto. Senza tradire sentimenti, nemmeno quando le luci del tabellone dicono che sì, stanotte dormirà a Rebibbia. E quando Marco Follini gli chiede di dimettersi per «evitare un voto che somiglia a un'impropria ordalia», l'ex tesoriere si limita a togliersi gli occhiali. Prende appunti, controlla l'Ipad. Nessuno va da lui, lui non va da nessuno. Il dramma di questa giornata vuole che il suo principale accusatore, sua prima vittima e suo primo amico, quello con cui esisteva, come ripete sei volte Lusi, un «patto fiduciario», Francesco Rutelli, sia a un passo da lui. Stessa fila, stessa poltrona, spicchio a fianco. E non voterà. Gesto che persino l'ex tesoriere dice di apprezzare. Per il resto, nella quasi mezz'ora di intervento, Lusi ricostruisce, in punta di diritto, le motivazioni, a suo dire inconsistenti, di una richiesta di custodia cautelare che definisce «vessatoria» e «punitiva». Non vuole sottrarsi «al processo». Ma chiede di tener distinto «l'istituto della misura cautelare da quello non ancora legittimato dell'anticipazione della pena». Si assume «ogni responsabilità politica e morale».  Ma, per quelle penali, «come un normale cittadino chiedo di accedere alle garanzie del giusto processo senza inutili e devastanti forzature che possano appagare la crescente ondata dell'antipolitica, soddisfare chi evoca i forconi, trovare un colpevole per tutte le stagioni, per quella che è una vicenda complessa». Non pronuncia la parola capro espiatorio, ma il senso è quello. Non entra, però, nel merito delle accuse che gli sono state rivolte. Se non per ribadire che molte di quelle di cui si è scritto sono fatti «di mal costume», ma non sono «oggetto di imputazione». Insiste, invece, sul «patto fiduciario» che sarebbe stato alla base della gestione dei soldi della Margherita. E in base a cui sarebbero state «gestite per comune assenso» le risorse del partito, anche per «accantonare le residua liquidità per finanziare le attività politiche dei dirigenti di quel partito». La stessa tesi che ha sostenuto fin qui, la chiamata in correità. Tesi a cui i pm, però, non credono. E nemmeno il Senato. di Elisa Calessi

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