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Daniela Santanché: "Forza Italia deve essere garantista o sputtano gli indagati"

Lucia Esposito
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Se qualcuno in Forza Italia si azzarda ancora a chiedere a Galan di fare un passo indietro o, peggio, se il mio partito dovesse decidere di votare per il suo arresto, io faccio uscire l'elenco di tutti gli indagati forzisti e ne chiedo io le dimissioni. Perché le regole devono valere per tutti». E se a dirlo è Daniela Santanchè, potete giurarci che lo fa. La sua non è una difesa d'ufficio dell'ex governatore del Veneto, ma un salvataggio in extremis dell'anima liberale di Fi, che la pasdaran berlusconiana in questi giorni ha sentito rinnegare più di una volta dai “papaveri” azzurri. E ogni volta la Santanchè ha espresso pubblicamente il suo disappunto verso questo o quel dirigente forzista che strizzava l'occhio al giustizialismo. Ma adesso non ne può più: «Faccio la rivoluzione», giura la deputata più cazzuta di Fi, «perché non vorrei che il mio partito cambiasse pelle sul garantismo...». In effetti, Fi aveva preso una china manettara, ma ultimamente si è riscoperta garantista. Come lo spiega? «Si saranno guardati allo specchio e in loro è prevalso il buon senso. Il garantismo è sempre stato la nostra bandiera e sarebbe profondamente sbagliato ammainarla. È da vent'anni che facciamo questa battaglia contro l'uso politico della giustizia e denunciamo che una parte della magistratura è il braccio armato della sinistra, pronto a colpire ogni volta che ci sono le elezioni». Eppure in Fi nessuno si è schierato in difesa di Dell'Utri, Scajola, Galan. «Perché oggi, purtroppo, anche nel mio partito si cerca sempre di piacere a tutti, di seguire l'onda dell'opinione pubblica. Ma ai miei colleghi voglio ricordare che il mostro dell'antipolitica non è mai sazio. Qualcuno pensa forse che per essere amati universalmente bisogna gridare “tutti in galera”? Allora, rinnega FI e la sua storia". Nemmeno il Cav ha speso una parola per i suoi amici di una vita. «Perché oggi dai giudici gli viene negato di parlare con i condannati come Dell'Utri». Ma non gli è vietato parlare di Dell'Utri. Eppure non si è esposto per lui, e neppure per Galan, che non è un condannato. «Ho sentito con le mie orecchie il dolore tremendo e la vicinanza di Silvio ai suoi amici. Ho sentito altri prendere le distanze da queste persone, ma non il presidente». Sarà, ma in altri tempi in Fi non si sarebbe neppure preso in considerazione di consegnare un proprio parlamentare alla giustizia. Mentre la Gelmini e Romani hanno chiesto a Galan di dimettersi. «Hanno sbagliato. Hanno letto tutte le carte? Hanno già deciso che è colpevole? Io no, perché sono garantista. Dopo Tangentopoli, la politica ha abdicato alla magistratura e non si è più ripresa. Anche se sono stati scritti libri su giudici pazzi squilibrati, i magistrati si giudicano tra di loro e puntualmente si autoassolvono. E la politica non trova il coraggio di rispettare i padri costituenti che introdussero l'articolo 68 perché volevano garantire l'assoluta indipendenza tra i poteri dello Stato. È come se oggi ci vergognassimo di mettere al centro le regole fondamentali del nostro assetto istituzionale. Ancora una volta abdichiamo». Perché Fi ha ammainato la bandiera garantista? «No, Fi non ha ammainato questa bandiera. Ma il rischio c'è, perché oggi è più facile dire “tutti in galera”. Quindi, meglio mettere un punto fermo subito: Fi è “il” partito garantista, noi abbiamo salvato dalla galera esponenti del Pd. Quello che dovremmo fare è darci delle regole interne». Non è che, col Cav ai servizi sociali e in attesa di giudizio su Ruby, ora è meglio tenersi buoni i magistrati? «Respingo questa logica. Anche perché quando i padri costituenti inserirono l'immunità nella Carta non sapevano che sarebbe apparso sulla scena Berlusconi». Ma adesso anche Fi vuole cancellare l'articolo 68 dalla Costituzione. «Io sono nel partito di Berlusconi e sto con lui in tutte le battaglie. Lui sta pagando un prezzo pazzesco per aver voluto una giustizia giusta. Rinunciare a questa battaglia significa consegnarci alla magistratura. Aspetto il premier al varco sulla riforma della giustizia e sulla responsabilità civile dei magistrati. Noi alla Camera l'abbiamo votata. Ora capiremo se Renzi ha subito l'abbraccio mortale dei magistrati. Di sicuro è più facile, perché così l'immunità puoi ottenerla senza avere le palle di metterla per iscritto nella riforma del Senato. Io le palle per scriverla ce l'ho». Romani si è dichiarato «ostile» all'immunità dei nuovi senatori. Quindi anche Fi non ha le palle? «Non giudico. Chiedo a tutti, in primis a Renzi, ma anche al mio partito, che la politica non si vergogni di esigere l'indipendenza dalla magistratura. Non possiamo fare passi indietro. È pericolosissimo. Immunità non vuol dire impunità. Guardiamo alla Francia. Sarkozy è sotto processo e rischia parecchio, ma gli hanno fatto portare a termine il suo mandato da presidente della Repubblica. Stiamo attenti ad abdicare e a voler essere amati da tutti». Come si comporterà in aula se Fi deciderà di votare per l'arresto di Galan? «Lo escudo. Ma se dovesse succedere, faccio una rivoluzione. Vorrebbe dire che anch'io sono stata presa in giro e che Fi non è più il mio partito». intervista di Barbara Romano

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