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Berlusconi: "Non mi fido di Bersani, parla di ascelle e non ha in mano il Pd"

Il segretario democratico, tra un proverbio e l'altro, ha provato a tranquillizzare Silvio, ma l'accordo non è facile
di Giulio Bucchidomenica 14 aprile 2013
Berlusconi: "Non mi fido di Bersani, parla di ascelle e non ha in mano il Pd"

3' di lettura

di Barbara Romano Il disgelo c’è stato. Ma non più di una goccia su un ghiacciaio. «Non siamo arrivati a niente», è l’estrema sintesi con cui Silvio Berlusconi racconta privatamente il tète-à-tète di martedì con il segretario del Pd. «Una discussione cordiale», ha assicurato lo stesso Pier Luigi Bersani, che «è servita esclusivamente a ribadire un metodo costituzionale, che è quello del dialogo». Cordialità condivisa dal Cavaliere: «Per carità, a me Bersani è pure simpatico», ha confessato ai suoi. Ma sul piano politico, al leader del Pdl resta la delusione. Eppure lui ci aveva sperato. Se non di portare a casa il governo delle larghe intese, almeno di raggiungere un accordo sul successore di Napolitano. Invece, niente. Dal vertice a due non è venuto fuori né un nome sul prossimo presidente, né un accordo di governo. Del resto, sono i due paletti che ha piantato a inizio incontro Bersani: «Qui non si fanno nomi per il Quirinale, né inciuci su Palazzo Chigi». Il segretario del Pd però ha esordito rassicurando Berlusconi: «Non sono venuto qui con la volpe sotto l’ascella». Tradotto dal bersanese: non voglio fregarti. «Sarà, ma con lui non ho cavato un ragno dal buco», ha concluso Berlusconi con i suoi, di fronte ai quali si è mostrato più che mai determinato a tirare dritto per la sua strada: governo di larghe intese o un uomo di garanzia al Colle. Altrimenti, al voto a giugno.  Ipotesi tecnicamente esclusa, fino a quando la presidente della Camera, Laura Boldrini, non ha aperto uno spiraglio accelerando i tempi dell’elezione del capo dello Stato. Se la staffetta parlamentare procederà senza intoppi, l’habemus papam sul più alto colle potrebbe essere pronunciato già il 20 aprile. In tal caso, Napolitano potrebbe dimettersi anzitempo per lasciare il posto al suo successore. Il quale, fatto un rapido giro di consultazione e verificato il prevedibile perdurare dello stallo politico, potrebbe sciogliere subito le Camere e indire nuove elezioni. Ed ecco riacquistare concretezza nei desiderata di Berlusconi l’ipotesi del ritorno alle urne nella seconda metà di giugno. La prospettiva migliore agli occhi del Cavaliere, galvanizzato dagli ultimi sondaggi recapitatigli ieri mattina, che danno il centrodestra al 33 per cento, il centrosinistra al 30 per cento e i grillini in discesa di circa tre punti. Numeri che l’ex premier ieri ha studiato tutto il giorno chiuso a palazzo Grazioli elaborando una strategia elettorale in vista delle amministrative del 26 e 27 maggio. Ma soprattutto delle politiche che lui spera possano celebrarsi il mese dopo. Non è un caso che il coordinatore dei dipartimenti del Pdl, Daniele Capezzone, lanci l’aut-aut: «Intesa globale o elezioni». Berlusconi ora sta alla finestra, in attesa di veder spuntare dal Nazareno la rosa di nomi per il Colle. Perché è questo il metodo concordato dai registi dell’incontro tra lo “smacchiatore” e il “giaguaro”, ovvero il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, e il segretario del Pdl, Angelino Alfano. Sarà il centrosinistra a proporre una lista di personalità. In quella rosa si sceglie insieme. Al vertice di martedì non sarebbero usciti i nomi dei due prediletti da Bersani e da Berlusconi, rispettivamente Romano Prodi e Gianni Letta. Anche se il Cav ha fatto capire di escludere l’ex premier targato Ulivo. Ma il Cav confida in un altro incontro a breve con Bersani: «E stavolta faremo i nomi», ha giurato. Non è un mistero che i preferiti del centrodestra siano in primis Franco Marini, a seguire Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Anna Maria Cancellieri. Ai quali si è aggiunto di recente il presidente del Censis, Giuseppe De Rita. Mentre prende quota il Guardasigilli Paola Severino. Anche se ormai a Montecitorio circolano le ipotesi più disparate. Persino il nome di Bersani, come candidato Pd. Ipotesi stravagante, ma non poi così peregrina. Se il segretario del Pd salisse al Colle con l’avallo del Pdl promettendo di farsi garante delle istanze del centrodestra, infatti, lascerebbe spazio a un governo di scopo guidato, se non da un candidato berlusconiano, comunque da un moderato. Tutte ipotesi su cui Berlusconi ragionava ieri mentre curava nei dettagli la manifestazione di sabato a Bari. «Carico e in gran forma», lo descrive chi lo ha incontrato. Anche se a rovinargli il buon umore poi ci ha pensato l’ex moglie Veronica.