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Giuseppe Conte e il Pd, ecco perché la sinistra non rompe con i "fascistelli" M5s

Iuri Maria Prado
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Le sinistre non hanno ancora ben deciso in che modo intrattenersi nell’affascinante avventura coi fascistelli dei 5 Stelle, se cioè si tratti di proseguire il petting lungamente sperimentato o invece di farla finita con le esitazioni e darci finalmente dentro con un sano rapporto completo. L’unica cosa certa è che le timidità o, al contrario, le disinibizioni di sinistra verso quel che rimane del movimento di vaffanculo e di governo non dipendono in nessun modo dal fatto che quella schiatta di pericolosi analfabeti mostri o no segni di incivilimento. Anzi, è semmai l’aggravarsi del tratto populista, l’incattivirsi dell’ipocrisia demagogica dell’avvocato del popolo, a mandare in estro il fronte progressista che pensa al suo dopoguerra di collegio. C’è infatti qualcosa di peggio delle generiche ambizioni consortili di sinistra con quei poveretti: ed è il fatto che di questi, a sinistra, è apprezzato esattamente il peggio.

Non si tratta cioè di un malsano realismo elettorale che fa chiudere gli occhi sull’impresentabilità politica e civile di quella compagnia di magliari: si tratta, ben più gravemente, della brama di associarvisi tanto più convintamente quanto più quelli si dimostrano i mestatori che sono, i forcaioli che sono, gli statalisti che sono e perfino i sovranisti che sono: perché anche l’odiato sovranista fa peccato perché sta dall’altra parte, non perché è sovranista, mentre se si apparta a sinistra diventa il punto di riferimento fortissimo. Ci volevano le raffinate dichiarazioni di Giuseppe Conte sulle priorità degli italiani (pressappoco “no alle armi, prima il reddito da divano”) per far rimpiangere ai progressisti i bei tempi andati della pace

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