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Mario Draghi, senza di lui salta il Pnrr? "Tutto falso", ecco perché

Attilio Barbieri
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Senza Draghi salta tutto. Perdiamo i soldi del Pnrr, si ferma l'agenda delle riforme indispensabili per centrare gli obiettivi negoziati con la Ue e si blocca la conversione in legge dei decreti. La sinistra e una parte delle categorie produttive è schierata nella difesa a oltranza del premier. "No super Mario, no soldi Ue" è l'equivalenza più usata per difendere la leadership sempre più sbiadita dell'ex banchiere centrale europeo che pare però più orientato a lasciare Palazzo Chigi. L'elenco delle cose da fare che richiederebbero la presenza insostituibile di Draghi è lungo e vi compaiono pure i provvedimenti ancora da mettere in cantiere e quelli da rifinire a approvare, come il taglio al cuneo fiscale, le politiche attive e la Cassa integrazione straordinaria, i sostegni alle categorie in crisi. Oltre alle misure contro il caro energia. Senza dubbio la carne al fuoco è parecchia. E la Ue ha un potere contrattuale mai visto prima: con i soldi del Pnrr e i nostri titoli di Stato in pancia alla Bce ci tiene letteralmente per le palle. Ma questo non significa che senza Draghi salti davvero tutto per aria. Intanto, anche qualora il premier decidesse di salutare tutti e si andasse ad elezioni in autunno, nulla impedirebbe al Parlamento di convertire in legge i decreti già operanti. Con o senza quel che resta del Movimento 5 Stelle. Anzi: senza grillini si farebbe anche prima. Il governo resterebbe comunque in carica fino all'esito del voto. Dunque nulla impedirebbe, almeno sulla carta, che quel che resta della maggioranza che ha sostenuto Draghi concluda il lavoro. Auspicabilmente anche sulle pratiche meno scontate, come la riforma dell'Irpef.

 

 

 

DIBATTITO INQUINATO

«In una fase così delicata, è necessario confrontarsi senza inquinare il dibattito: anche in caso di elezioni anticipate non sono a rischio né l'attuazione del Pnrr, né le Olimpiadi, né tantomeno i fondi contro il caro energia ed il caro carburanti. Il Paese avrà sempre un Parlamento ed un governo in carica: la conversione dei decreti attualmente in parlamento, così come l'attuazione degli obiettivi Pnrr non è in discussione né lo saranno nella primavera 2023». Così il viceministro delle Infrastrutture Alessandro Morelli e il sottosegretario all'Economia Federico Freni, esponenti della Lega, che seguono con particolare attenzione il tema del Pnrr legato alle infrastrutture e alle Olimpiadi ed i provvedimenti economici, rimandano al mittente le obiezioni di una larga parte del mondo imprenditoriale che assieme alla sinistra invoca la permanenza di super Mario a Palazzo Chigi. «Mai come in questo momento - proseguono i due esponenti del Carroccio - l'Italia e gli italiani meritano massima responsabilità, a maggior ragione ora che 5 ledì tutte le forze parlamentari sceglieranno secondo coscienza, ma notizie come queste creano un allarme inutile ed ingiustificato». Ancora più esplicito Claudio Borghi (Lega), fino al 2020 presidente della Commissione Bilancio della Camera: «Spazziamo via un po' di cretinate», twitta rilanciando le dichiarazioni di Morelli e Freni. Ma il Pd non ci sta. «Questa crisi mette a rischio sicuramente le riforme su cui si era cominciato a discutere, perché non ci sarebbe il soggetto che le può realizzare e probabilmente anche una parte dei veicoli normativi necessari a portarle a compimento», afferma il ministro del Lavoro Andrea Orlando, parlando a margine della festa dell'Unità a Melzo, in provincia di Milano. Il segretario di Azione, Carlo Calenda, a In Onda su La 7, è stato ancora più categorico: «Se Draghi se ne va, succede che salta il tappo. Per l'Europa sarà chiaro che l'Italia non è governabile».

 

 

 

MERCOLEDÌ IN AULA

Mentre Salvini e Berlusconi, dopo l'incontro di ieri a Villa Certosa, in Sardegna, escludono di poter continuare l'esperienza di governo con i 5 Stelle e il leader Pd Enrico Letta tende la mano agli alleati del "campo largo" («restate in partita!»), l'unica cosa sicura è che Draghi riferirà in Parlamento mercoledì. E in questi due giorni che mancano proseguiranno le grandi manovre dei partiti per decidere le sorti del governo. Sono quattro le strade possibili. La prima è andare subito a votare, quello che chiede Fratelli d'Italia. La data sarebbe tra fine settembre e inizio ottobre. Se le Camere si sciolgono il 20 luglio, si voterà il 25 settembre. La seconda è che resti lo stesso governo, cioè che le forze parlamentari che lo hanno sostenuto finora rimangano dentro al governo Draghi. Terza ipotesi è un nuovo governo Draghi con una nuova maggioranza - senza M5S - e il cambio di alcuni ministri, ipotesi sulla quale però il premier è tutt' altro che convinto. Questa terza ipotesi potrebbe prevedere come corollario, una spaccatura fra i grillini rimasti per isolare Conte. Ma «i tempi supplementari», come li ha definiti il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti - che fra l'altro non è intervenuto nel dibattito sulla sopravvivenza dell'esecutivo- non sono finiti qui. C'è anche una quarta ipotesi. Quella di un governo tecnico, guidato magari dall'attuale ministro dell'economia Daniele Franco, per traghettare il Paese fino a fine legislatura o più probabilmente fino all'approvazione della legge di bilancio. In quest' ultimo caso le Camere si scioglierebbero con tutta probabilità a fine anno o al più tardi entro la prima metà di gennaio. E si voterebbe a marzo. 

 

 

 

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