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Roberto Calderoli, la sfida: "Ecco cosa spiegherò ai pugliesi"

 Roberto Calderoli

Fabio Rubini
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È uno dei leghisti della prima ora. Le sue "trappole" parlamentari hanno fatto inciampare più di una maggioranza ed è considerato, a ragione, una sorta di Richelieu della Lega. Oggi, 11 anni dopo l'ultima volta, nel governo Meloni torna a vestire i panni del ministro, con un compito che per un leghista doc come lui equivale alla missione di una vita: dare l'Autonomia alle regioni. Parliamo, lo avrete capito, di Roberto Calderoli.

Ministro, pochi giorni fa i governatori di Sicilia e Calabria, parlando del ponte sullo Stretto, hanno detto che "questa è la volta buona". Gli omologhi di Lombardia e Veneto potranno dire la stessa cosa sull'autonomia?
«Sono partito col turbo. Parliamo di una modifica costituzionale del 2001 fatta dal centrosinistra e disattesa per quasi 22 anni. Io mi sono messo in testa di attuarla...».

Come intende procedere?
«In maniera spedita. Innanzitutto ho già trasmesso alla conferenza delle Regioni il testo che vorrei portare in Consiglio dei Ministri, che è assolutamente modificabile. Dopo che me lo avranno restituito, farò lo stesso con Comuni e Province. Voglio coinvolgere tutti i livelli. Solo così si arriverà a una soluzione condivisa e attuabile. In contemporanea, già questa settimana, incontrerò tutti i partiti».

 



 

 

Tutti, tutti?
«Sì, ho già un appuntamento con Enrico Letta e ho sentito al telefono Giuseppe Conte per incontrarci. Voglio avere un'interlocuzione sia con la maggioranza sia con l'opposizione. Vede, la materia è complicatissima e io sono pragmatico: devo prendere una riforma fatta dal centrosinistra e attuarla con un governo di centrodestra. Allora tutti devono capire che questo provvedimento non è una bandiera politica, ma un'azione che va nell'interesse di tutto il Paese».

Conferma che non sono solo le regioni di centrodestra a volere maggiore autonomia?
«Sì. Ci sono Lombardia, Veneto ed Emilia che hanno già sottoscritto l'accordo col governo, poi c'è il Piemonte che non lo ha ancora fatto. E poi c'è la Toscana con Giani che è quello che ha meglio interpretato il dettato costituzionale. Ha individuato due materie che nella sua regione possono fare la differenza e su quelle ha chiesto un percorso di maggiore autonomia. E ce ne sono tante altre che stanno facendo questa strada».

Però ci sono pure regioni che contrastano l'autonomia. Ha capito per quale motivo?
«A giorni incontrerò tutti i governatori per dire loro che io metterò a disposizione il ministero e le mie competenze per trovare le soluzioni giuste per ognuno. Ad esempio ho già dato mandato ai tecnici di fare uno studio sulle maggiori risorse che una regione potrebbe ricavare in base alle singole materie concorrenti. Credo sia una cosa che vada a vantaggio di tutti. Poi, è vero, ci sono anche Puglia e Campania che contrastano il percorso dell'autonomia, ma la loro, mi sento dire, è una posizione puramente ideologica. Toccherà ai due governatori, una volta che i cittadini toccheranno con mano i benefici di questo processo, spiegare perché non l'hanno voluto attuare».

Ultima domanda sull'autonomia. Il dibattito non è solo sulle competenze, ma anche sulle risorse. La sua riforma sarà a "trasferimenti zero" rispetto al residuo fiscale?
«Bisogna stare attenti a non confondersi: un conto è parlare di federalismo fiscale, un altro è di dare ulteriori materie di competenza alle regioni. Si deve andare per passi, senza trovare soluzioni superficiali. Quindi il primo step sarà quello di affidarsi alla spesa storica per ogni singola materia che verrà devoluta. Poi bisognerà fissare i Livelli essenziali di prestazione, che non sono stati decisi in 22 anni, non è che io posso farlo in 15 giorni... Una volta che i Leo saranno decisi allora si potrà passare dalla spesa storica a una redistribuzione più puntuale delle risorse».

Calderoli, fare il ministro degli Affari regionali, però, non vuol dire occuparsi solo di autonomia. Ha altri obiettivi per questo suo incarico?
«Adesso mi sembra un po' il tavolo del piagnisteo, dove le regioni vengono col cappello in mano a chiedere soldi al governo. La mia idea è quella di attuare l'articolo 114 della Costituzione in maniera orizzontale e mettere sullo stesso piano Stato, regioni, province e Comuni. Il tavolo deve diventare un luogo propositivo dove tutti parlano stando sullo stesso piano e con pari dignità».

 



 

Ministro, come legge la partenza di questo governo?
«Per me è partito alla grande su tutti i temi, con gradimento anche a livello internazionale...».

Ma la Francia però sembra aver gradito la vicenda dell'Ocean Viking...
«Sinceramente mi sarei sorpreso di più di una non reazione di Macron. Il suo atteggiamento aprirà finalmente il dibattito sul problema migratorio.
Noi non possiamo essere l'unico porto di sbarco per tutti. Servono risorse e si deve aprire un contenzioso con l'Europa. Perché alla Turchia, per tenere chiuse le frontiere, l'Ue da miliardi di euro...».

Un altro punto di frizione in questi giorni è quello delle trivelle. Anche all'interno della Lega non siete tutti d'accordo...
«È un non problema. L'emendamento approvato in Consiglio dei Ministri fissa dei criteri generali. Zaia ha segnalato una zona a rischio e ha fatto bene. Anche io, come ho già detto, sono d'accordo con lui. Basta che in fase di allocazione delle trivelle si facciano tutti i controlli necessari, poi se non ci sono problemi si trivella. Anche perché di quelle risorse ne abbiamo un gran bisogno».

Ministro in tutti questi anni com'è cambiato il suo approccio alla politica?
«Io sono da sempre un uomo del fare e del pensare. Ultimamente, però, faccio quello che penso possa essere utile per il popolo bergamasco, lombardo e italiano, lasciando per ultimi gli eventuali interessi del partito. Questo perché sono convinto che la gente sia stufa di parole e voglia vedere fatti concreti. Sulla parola, oggi, non ti crede più nessuno. Il tuo lavoro, quello che riesci a fare rispetto a quello che hai promesso, sono le vere primarie».

Lasciamo anche noi la Lega per ultima. E' in crisi? Come si fa a risollevarla?
«Guardi, io sono nella Lega da sempre. C'ero anche nel 2001 quando non arrivammo alla percentuale fissata per il riparto proporzionale. Però entrammo al governo e facemmo la differenza. Morale: il risultato elettorale non mi interessa. Solo le idee e i progetti che il partito riesce a mettere in campo e realizzare quello che può fare la differenza. Anche in chiave elettorale». 

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