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Basilicata, "arriva il treno": il miracolo svela la vergogna tutta Italiana

Renato Farina
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Esiste qualcosa di più faticoso della traversata di Mosè e di Israele nel deserto: quello della Basilicata o Lucania. Parafrasando il titolo famosissimo del romanzo storico di Carlo Levi, che giunse al confino da queste parti nel 1935: il treno si è fermato a Eboli. Arrivarci in aereo è impossibile, dato che non esistono aeroporti. C'è la ferrovia, si fa per dire: si deve smontare a Salerno e di lì puntare a Potenza, con i vagoni ufficialmente più vecchi delle linee ferroviarie italiane. Ma muore lì, il resto è binario morto. Il Vulture, uno dei miracoli del mondo, dove stanno insieme la polvere Kazakistan e il colore dei laghi e dei boschi del Varesotto (lo ha detto Guido Piovene), è scollegato dal resto non solo del pianeta ma della stessa Lucania. Ora però ...

Il treno! Nel 1836 fu dato l'annunzio di qualcosa di straordinario: c'erano i soldi, c'era il progettista, si potevano cominciare i lavori della Napoli-Portici, la prima linea ferroviaria d'Italia, modernissima, persino a binario doppio. Ieri, 186 anni dopo, è toccato a Donatella Merra, assessore leghista alle Infrastrutture e alla Mobilità della Regione Basilicata, annunciare quasi fosse un collegamento con la luna, un miracolo: è ufficiale, tutti i timbri e i bolli sono a posto, la Gazzetta ufficiale dell'Unione europea ha pubblicato il bando per l'appalto firmato da Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), società del Gruppo FS Italiane, «per la realizzazione della linea Ferrandina-Matera La Martella». Donatella Merra non osava crederci, non ha detto una parola finché non ha avuto la certezza di non essere smentita dalla vita, che in Basilicata (o Lucania) è specializzata a far naufragare i sogni. A Matera arriverà il treno! C'è il denaro, 311 milioni di euro. Venti piccoli giganteschi chilometri a binario unico ma per Matera e la Lucania vale come spalancare almeno una finestrella per non soffocare. Un segno. Non assistenza, ma scelta strategica di futuro. Un successo del governo di centrodestra insediato in Basilicata (presidente Vito Bardi, Forza Italia), che da oggi toccherà al ministro competente, Matteo Salvini, seguire e realizzare.

 

 

 


 

 

VARCO PER IL TURISMO
Il progetto, approvato dal Commissario ad hoc Vera Fiorani, è inserito nel Pnrr, fondi europei, e dovrà trovare realizzazione entro il 2026, non si scappa, altrimenti saranno guai per le case dello Stato, e i lucani saranno autorizzati ad afferrare i forconi. Ce la faremo, qui al Sud? Il precedente che fa disperare è quello della Salerno-Reggio Calabria. Quello da imitare riguarda proprio la Napoli-Portici: ebbe bisogno di soli tre anni di lavori, e non c'erano i bulldozer e le trivelle giganti, venendo inaugurata il 3 ottobre del 1839 da Fernando II di Borbone, re delle Due Sicilie. Poi, com' è noto, invece del treno arrivò Garibaldi coi Savoia.

Viene da essere ironici, ma la faccenda è tremendamente seria. Si rompe l'increscioso isolamento della terra più abbandonata che esista in Europa. Si spezza un incantesimo maligno. A proposito, in questa terra è ancora diffusa a chiazze una cultura semi-magica, il cui fascino però non è mai riuscito ad aprirsi il varco per un turismo che non sia mordi-e-fuggi. Le infrastrutture sono un compito dello Stato, non si possono imputare ai cittadini. Un gruppo dei quali, imprenditori locali coraggiosi, guidati da Saverio Lamiranda, sta cercando di trovare sostegno istituzionale per un disegno ambizioso denominato Terra di Aristeo: la creazione in una rete alberghiera e di ospitalità di qualità alta e inserita in un contesto di comunità che ritrova stima per sé stessa: ma questo è vano, non partirà senza una visione di politica economica e di sviluppo del Mezzogiorno che investa in infrastrutture viarie, ferroviarie e, perché no, aeroportuali. L'obiettivo, anche grazie a quella tratta di venti chilometri che valgono come l'oro del Perù, è di ribaltare il fenomeno tragico dello spopolamento. Inevitabilmente questo salasso di gioventù verso l'estero e verso il Nord porterà, senza uno slancio inventivo e coordinato, la morte dei borghi del Vulture, scrigni favolosi e inesplorati.

 

 

 

 

CITTÀ DEI SASSI 
Matera finora è stata un gioiello che cattura per un giorno. Poi ciao Lucania. Ma anche la meravigliosa e unica città dei Sassi rischia: è una cattedrale sperduta, dopo essere stata capitale europea della cultura (2019) incredibilmente si sta spopolando: occorre l'iniezione di una spinta missionaria, c la faccia essere locomotiva che trascina tutta la Regione e non una littorina che gira attorno a sé stessa.

Ed ecco che questa ferrovia può, anzi deve avere un ruolo di volano non solo per Matera, non solo per la Basilicata, ma per l'intero Sud. Donatella Merra lo pensa e lo dice in privato, ma saggiamente si auto-confina in un linguaggio misurato e tecnico, trattenendosi da voli poetici: «Con la nuova linea la città di Matera sarà collegata all'infrastruttura ferroviaria nazionale attraverso una linea elettrificata. La stazione di Matera La Martella sarà servita sia da un collegamento diretto con la stazione di Ferrandina sulla rete nazionale, sia da un collegamento verso Nord, attraverso la nuova bretella di collegamento con la linea Battipaglia-Potenza-Metaponto».

Poi l'assessore alza lo sguardo verso Est, non solo Ionio, ma Adriatico. «Nel nuovo contratto di programma con Rfi, siglato nell'estate 2022, è stata finanziata la progettazione della linea Adriatica Ferrandina Matera verso Gioia del Colle». Resta una domanda. C'è una regione italiana che ha due nomi. Basilicata e Lucania sono termini giusti e nobili a pari titolo, ma perché? Che bisogno hanno questa terra e il suo popolo di raddoppiare l'appellativo? Non è un'incertezza sull'identità. Quello ufficiale è Basilicata e va bene. Basilèus in greco significa re. Lucano viene da luce, e viene dal nome di un popolo che cercava la sua alba. Per questo i suoi abitanti preferiscono essere chiamati lucani. Come si fa a buttare via un nome così? 

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