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Elly Schlein? "Perché è una sciagura": Ricolfi demolisce il Pd

Daniele Dell'Orco
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Il prof. Luca Ricolfi è il teorico della “migrazione” delle battaglie di sinistra verso la destra e del “sacrificio” di un dna storico (e relative categorie elettorali) in nome del progressismo spinto. Ultimo baluardo rimasto per combattere un presunto pericolo “nero” è l’appropriazione indebita della storia e della memoria, attorno a cui costruire una narrazione da utilizzare come clava politica. Il rinnovato dibattito sulla strage di Bologna è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo di come, cercando di colpire profili vicini al governo Meloni, la sinistra intende utilizzare il monopolio della verità come arma politica. Verità che, nel caso specifico, la sinistra stessa aveva più volte messo in discussione negli ultimi 30 anni.

Cos’è cambiato secondo lei?
«Fondamentalmente, quel che è cambiato è che “ci sono i fascisti al governo”, e quindi l’imperativo categorico – per la sinistra – è usare l’antifascismo per delegittimare il governo. Però questo cambiamento ha tre componenti che occorre distinguere accuratamente. La prima è il fatto che gli elettori italiani hanno premiato Fratelli d’Italia e permesso la costituzione di un governo di destra. Il secondo è che la sinistra non è mai stata in grado di comprendere la natura del partito di Giorgia Meloni, sbrigativamente etichettato come neo-fascista, anziché riconosciuto per quel che è: un impasto di conservatorismo (culturale) e keynesismo (in economia). Il terzo è la sciagura Schlein, che ha reso il Pd ancora più incapace di cogliere la vera natura di Fratelli d’Italia. È da questo cocktail che originano l’attuale fissazione sulla “matrice neo-fascista” della strage di Bologna, e la cecità di fronte ai dubbi di decine di studiosi, politici, giornalisti riguardo alle responsabilità di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti».

Trova che ci sia una spaccatura “generazionale” tra i profili politici di sinistra vecchi e nuovi? Perché tra le caratteristiche di quelli di ultima generazione sembra evidente la volontà di ridurre all'osso questioni complesse...
«Sì, è così, ma non getterei la croce sulle nuove leve di politici di sinistra. È vero che il paragone con figure come quelle di Berlinguer, Lama, Trentin, Napolitano, Amendola, Ingrao, Macaluso, Pajetta, Craxi, Martelli, Rossanda – solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente – è imbarazzante. Ma è altrettanto vero che il tracollo di conoscenza, cultura, capacità di analisi riguarda i politici di tutti i partiti e, ancora più in generale, la maggior parte degli appartenenti alle ultime generazioni, incomparabilmente meno preparati dei loro predecessori».

La bomba alla stazione, come detto, è solo uno dei tanti casi di “appropriazione” della memoria. Basti pensare a quanto accaduto a Sant’Anna di Stazzema dove un sindaco ha pensato bene di non invitare esponenti del governo per commemorare un eccidio che, a quasi un secolo di distanza, dovrebbe ormai accomunare tutti nel dolore...
«Siamo sempre lì: “è tornato il fascismo”, quindi è nostro dovere opporci con tutti i mezzi. Però, anche in questo caso, non butterei la croce solo sui militanti e i politici di sinistra. Il dramma è che, nel mondo più ampio della cultura, dell’informazione, nuotano a loro agio – coccolati, esaltati e riveriti dai media –intellettuali che da 30 anni, ossia dalla discesa in campo di Berlusconi, gridano “al lupo al lupo” fascista, senza mostrare la minima capacità di cogliere le trasformazioni della società italiana. Abbiamo tutti perfettamente capito che Pd al governo non significa bolscevichi a Palazzo Chigi, ma non siamo stati capaci – come intellettuali, studiosi, giornalisti, scrittori, artisti – di compiere la medesima operazione mentale con Fratelli d’Italia, ossia di prendere atto che l’andata al potere di Giorgia Meloni non è la marcia su Roma. Se un seguitissimo foglio on line si ostina a chiamarla invariabilmente “la ducetta”, non è solo il senso del ridicolo che difetta, ma è la più basilare capacità di leggere la realtà senza paraocchi».

La strategia di polarizzare il dibattito in base all’ideologia e al “pericolo fascismo” a livello elettorale non paga. A differenza della stagione del populismo, seppur breve, che si basava però sui temi e sulla trasversalità. Perché allora la sinistra si rifugia ancora nel “populismo ideologico”?
«Forse perché il connubio Pd-Cinque Stelle è stato asimmetrico: il Pd si è ampiamente grillizzato, ma i grillini hanno imparato ben poco dal Pd. E la sconfitta di Bonaccini, con conseguente rinuncia a dialogare con Renzi e Calenda, non ha fatto che aggravare le cose».

Non pensa che sia proprio questo imbarbarimento del livello del dibattito (l’impossibilità di dubitare di ogni questione che deve essere socialmente accettata) a rappresentare un rischio per la democrazia?
«La faziosità è bipartisan. L’uso sistematico di “due pesi e due misure” non è un’esclusiva della sinistra. Quel che è specifico della sinistra (Terzo Polo a parte), è la incapacità di accettare come legittime le idee dei suoi avversari politici. O, per dirla più crudamente, la convinzione – tanto sincera quanto infondata – che se vince la sinistra è una vittoria della civiltà e della democrazia, mentre se vince la destra la democrazia è in pericolo e la barbarie avanza. Da questo punto di vista, la sinistra ha ancora un problema di “maturità democratica”: democrazia, infatti, significa anche riconoscere la legittimità dell’avversario, e accettare il risultato delle elezioni». 

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