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G7 in Puglia, l'Italia torni a puntare sul Mar Mediterraneo

Paolo Reboani
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Nel giorno in cui si apre la Conferenza Italia-Africa, quale primo atto della presidenza del G7, ricordare il Mediterraneo come il mare nostrum potrebbe sembrare fin troppo scontato e banale per un Paese come l’Italia che in quel “Mare” è profondamente innervato. Tuttavia, in questi anni la dimensione mediterranea della politica estera italiana (da cui deriva anche la politica verso l’Africa) è stata fin troppo dimenticata oppure condotta in modo sgrammaticato.

Certo, secoli sono passati da quando il “Mare” veniva attraversato in maniera imperiale dalle galere romane e tanti equilibri politici ed economici sono cambiati da allora, nondimeno occorre ricordare che i traffici commerciali romani traevano origine non solo dalle province affacciate sul Mediterraneo ma anche da ciò che proveniva dalle regioni subsahariane e dalle carovane che da lì si alimentavano. Oggi, ancora una volta, i barconi dei migranti e la criticità del Mar Rosso e del canale di Suez evidenziano questo legame tra Mediterraneo e Africa e il brusco calo del traffico dei porti italiani ricorda come per l’Italia la stabilità del Mediterraneo e dell’Africa siano un fattore indispensabile per la sua crescita economica così come per la sua sicurezza.

 

 

Il Mediterraneo - più ancora di ieri- è strettamente legato all’Africa, un continente per certi versi ancora “oscuro” e inesplorato, dove prevalgono vecchi o nuovi istinti colonialistici e predatori piuttosto che una visione cooperativa dello sviluppo e dove solidi equilibri politici faticano a consolidarsi. Poco importa qui di chi sia la responsabilità.

Ciò che è da condividere, invece, è l’affermarsi di una strategia comune e cooperativa e la Conferenza inaugurata ieri può (deve) essere necessariamente un punto di svolta. Il nuovo governo italiano gioca una buona parte della sua credibilità internazionale come “potenza” regionale su questo appuntamento. A dire il vero non è la prima volta che si tenta una svolta in questa direzione. Come non ricordare, infatti, il ponderoso, attento e profetico “Rapporto sul debito” che nel 1990 Bettino Craxi presentò alle Nazioni Unite (approvato all’unanimità) dopo aver ricevuto l’incarico dall’allora Segretario Generale e che esponeva proposte e suggerimenti diversi (582 punti) per affrontare la crisi del debito e offrire una via allo sviluppo di quelli che allora venivano definiti paesi in via di sviluppo. Un tema che ancora oggi è essenziale per lo sviluppo di molti Paesi africani, stretti nel cappio degli interessi debitori (e questa volta non solo verso organizzazioni internazionali o creditori privati ma verso governi esteri con interessi predatori e colonialistici).

 

 

Un rapporto che dovrebbe essere attentamente riletto oggi sia per gli scenari che prospettava sia per le soluzioni pratiche che immaginava (e per ricordarci che di tutte le situazioni esistenti quella dell’Africa, al contrario di altre aree, non si è evoluta in maniera positiva). E come tacere oggi della proposta che il governo italiano fece nel 1990 (allora ministro degli Affari Esteri era Gianni De Michelis) durante la Presidenza italiana Ue per destinare l’1% del Pil comunitario alla cooperazione verso l’Est e il Mediterraneo/Africa, facendone gli assi portanti e prioritari per la politica estera dell’Italia? (una proposta ricordata come lungimirante qualche anno fa dall’allora primo ministro inglese Boris Johnson). Così come profetica era la prospettiva che quel ministro degli Esteri descrisse nel 1991 su quella che definì allora la sfida africana «(...) la cooperazione allo sviluppo deve innanzitutto andare ad attaccare e colpire le cause fondamentali che sono la fonte delle situazioni di grave povertà e difficoltà. Occorre concentrarsi sugli aiuti “basici” diretti a soddisfare i “bisogni fondamentali”. Ma è molto importante, inoltre, mettere a punto politiche per il ripristino degli equilibri ambientali e per il contenimento dell’esplosione demografica (...) L’intento principale è quello di raggiungere “masse critiche” in grado di formare mercati e di mettere in moto nuove dialettiche di scambio e sociali, cercando di tutelare al massimo quelle composite realtà economiche in formazione, avendo in mente l’idea (non il modello) della Comunità europea».

Visioni ed intuizioni che la nostra diplomazia e la nostra politica (non necessariamente in questo ordine) non hanno voluto seguire e hanno dimenticato nel corso degli ultimi tre decenni. Nella nuova sfida africana lo “human development” diventa l’indicatore essenziale dello sforzo che sarà capace di compiere il governo italiano nel suo anno di presidenza del G7 e nell’indirizzo che saprà dare alla politica di cooperazione europea nei nuovi equilibri che si comporranno. Il ruolo di potenza regionale, la possibilità di fondarsi su alcune grandi società pubbliche e private, il focus su infrastrutture, istruzione, industria possono disegnare una nuova capacità per stabilizzare l’area geografica per noi più strategica. Il “Mare” deve tornare nostrum ma ora solcato da vascelli di pace, solidarietà e prosperità.  

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