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Pd, il partito della Schlein processa i suoi elettori perché votano i maschi

Elly Schlein

Francesco Specchia
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Allarmi, siam sessisti! Chissà cosa direbbero Sibilla Aleramo, Elsa Morante, Alba de Cespedes, Amalia Guglielminetti, Ada Negri e tutte le altre valchirie storiche del nostro femminismo sui rigurgiti patriarcali di cui, nel silenzio dell’urna, il Pd s’è bellamente macchiato. Non sono passate 48 ore dalla schiacciante sconfitta in Abruzzo, dalla trasformazione del campo largo in campo santo, che dal Partito democratico, parte l’ennesimo seppuku, il suicidio rituale di solide tradizioni democratiche.

Nel coro doloroso della sconfitta si erge infatti la voce della senatrice Pd Valeria Valente la quale, intervenendo all’assemblea del gruppo, dichiara: «In Abruzzo il nostro campo largo ha ottenuto un buon risultato e il Pd ha raddoppiato il consenso rispetto alle precedenti regionali, superando il 20 per cento. È un risultato di cui dobbiamo essere fieri, consapevoli che il cammino prosegue. Tuttavia...». Tuttavia? «Tuttavia non possiamo non riflettere anche sul fatto che i 6 consiglieri regionali eletti nella nostra lista sono tutti uomini. Sabato abbiamo rinnovato gli organi delle Democratiche, eleggendo la nuova portavoce nazionale. Se ci poniamo l’obiettivo di un Pd femminista, come ha sottolineato anche Elly Schlein partecipando all’assemblea, non possiamo non porci la questione non solo delle quote nelle liste, ma di riuscire ad eleggere effettivamente donne e ad avere una rappresentanza equilibrata» aggiunge perfida Valente.

Che, tradotto, significa: signori, machissenefrega del campo largo: qui ora urge processare non noi, semmai i nostri elettori del cacchio, che sono maschilisti e sessisti, che non hanno alcun rispetto di annidi battaglie femministe. Elettori che sono anche, sicuramente, indegni di un partito civile (e, ad occhio, si tratta di un’invettiva rovente, pronunciata con la medesima ferocia di Nanni Moretti in Ecce bombo: «Ve lo meritate Alberto Sordi!»). Ora, in clima cieco, pronto e assoluto di sostegno ai diritti civili, be’, ci fosse stato qualcuno che abbia osato stizzirsi, reclamare, opporre finanche un garbato diniego a questa botta di surrealtà. Nessuno che abbia fatto notare alla senatrice dem che magari le liste sono state compilate con tutti crismi della buona scelta dei candidati e delle quote rosa per legge; e che, magari, le donne non sono state inserite in massa in lista poiché, magari, banalmente, non c’erano folle di donne all’altezza. Può capitare. L’inadeguatezza è un esempio di democrazia: non ha coloritura politica, né di sesso né religione.

 

 

 

SCIATTERIA DI GENERE

Secondo Valente, però, per induzione, Luciano D’Amico il candidato del fallimentare “campo largo”, nell’analisi minuziosa dei flussi elettorali, avrebbe perso a causa proprio della “sciatteria di genere” dei suoi elettori. Elettori che, poi, sulla carta, sarebbero anche quelli della Valente, in un curioso cortocircuito comunicativo. Il gender gap non perdona. Mai una gioia, dal Nazareno. Ora, Elly Schlein, paladina dei diritti civili ma dotata di indiscutibile principio di realtà, sarà turbata da tutto ciò. E sarebbe umanamente comprensibile. Una si affanna a tenere la linea della narrazione; una fa opera di pubblica contrizione elettorale; una regge comunque numericamente botta come secondo partito d’Italia; una si profonde in mille riflessioni tecnico-politiche sulla sconfitta delle elezioni abruzzesi (l’apparentamento con M5S, l’ombra oscura di Luciano D’Alfonso, il disamore dei giovani astenuti, ecc..); una, infine, da segretaria in delicato equilibrio dialettico, fa di tutto per stemperare il clima dopo le urne, che, be’, all’improvviso, ti arriva la prima stronzata veterofemminista a far crollare il palco.

Bisogna ammettere che Valente è talmente recidiva da risultare in buona fede. Negli ultimi anni la senatrice, nel ruolo di presidente della Commissione parlamentare di inchiesta del femminicidio si è scagliata contro uno spot sulle app di Trenitalia («La tua fidanzata non ti ha detto a che binario arriva? Scaricala!»). Ha poi definito la legge sul “Codice Rosso” antiviolenza “un’occasione sprecata”. Ha fatto ritirare dal commercio partite di magliette che ispiravano “subdole forme di violenza”. Ma ha pure difeso l’outfit della collega Alessia Morani dall’odio dei social e l’ “avversaria” Arianna Meloni dalla discussa vignetta del Fatto. Ed è colei che, pur condannando la proposta della destra di trasformare la gestazione per altri in reato universale, come feroce femminista, allo stesso tempo condanna l’utero in affitto come “pratica disumana”.

E, in effetti, per lei il maschilismo s’insinua nelle sacche d’impegno civile del Pd; l’ultima traccia sta nella battuta sessista del sindaco Pd di San Prospero, nel Modenese, riguardo le infermiere dell’ospedale di Mirandola. Detto ciò, non si capisce perché Valente non alzi la voce contro le proposte di leadership della prossima (forse) coalizione anti-Meloni. Proposte di leader tutte maschili. Come afferma, giustamente Annalisa Chirico, «ogni volta che si parla di chi guiderà il centrosinistra, il campo largo, si fanno i nomi del sindacalista Landini, di Conte del M5S, adesso anche di uomini del suo partito come Beppe Sala e Paolo Gentiloni, anche se per statuto spetterebbe proprio alla donna Schlein». Valente, insomma, spara sul retaggio maschilista degli elettori e non su quello dei propri dirigenti, uomini. Avanti così...

 

 

 

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