Ne serve uno «un po’ meno campestre». Pier Luigi Bersani ha lanciato ieri su Repubblica il concorso per cambiare - un’altra volta - nome alla sinistra italiana. Una nuova insegna della ditta, un po’ meno sfigata dell’attuale Campo largo. Un “X Factor” democratico che non scontenti né i pentastellati che guardano a Mosca né i riformisti che sostengono ancora con convinzione Kiev. L’attuale denominazione, d’altronde, ha cominciato a diventare un abituale intercalare della politica italiana dopo la rovinosa sconfitta del “Campo progressista” di Enrico Letta, con il Pd ai minimi termini e un’alleanza limitata ad Avs, +Europa e al velleitario Impegno Civico di Gigino Di Maio (chi se lo ricorda?). È lì che ha iniziato a prendere corpo il mantra: allargare, allargare, allargare. Qualche mese prima era stato lo stesso Letta, dopo i ballottaggi nei Comuni nel giugno 2022, a usare l’espressione “campo largo” per l’alleanza ampia che aveva avuto un buon risultato alle amministrative. Senonché per due anni il processo di costruzione di questo rassemblement anti-Meloni è stato più accidentato dei negoziati per mettere fine alla guerra russo-ucraina. Conte marca il territorio, Schlein cede regioni e candidati a M5S in cambio dell’adesione al progetto «testardamente unitario» di formare un cartello giallo-rosso in grado di insidiare il Centrodestra alle urne nel 2027. Oltre alle primarie per il candidato premier ci saranno anche le primarie per il nome dell’alleanza?
I PRECEDENTI
Una cosa è certa: guai a ripresentarsi sotto lo stemma Italia bene comune della coalizione rossa del 2013. Bersani, strafavorito, arrivò primo per un soffio senza riuscire a formare il governo e venne umiliato dalla celebre diretta streaming dell’incontro con i grillini (allora fieri rivali del Nazareno). Via, niente Italia bene comune. Addio anche all’Ulivo, la pianta della vittoria di Prodi nel 1996: peccato che l’albero del Professore perse una foglia dopo l’altra fino ad appassire nel giro di un paio d’anni. E l’Unione? Portò alla vittoria gli anti-Cav nel 2006, ma il finale fu lo stesso dell’Ulivo. Esaminiamo i punti fermi.
Intanto si tratta di una coalizione di sinistra, quindi la parola “sinistra” potrebbe candidarsi per il nuovo logo. C’è un però. Giuseppe Conte ha sempre ribadito che il Movimento Cinquestelle «non è un partito di sinistra». Meglio non farlo indispettire, cestinato. Casa progressista? In fondo la Casa della libertà, a destra, era un brand che funzionava (e che ispirò anche un memorabile sketch comico con Corrado Guzzanti). Peccato che la parola “Casa” sia stata appena utilizzata da Matteo Renzi per il suo nuovo simbolo riformista. Se c’è già una casa riformista, non può esserci una più grande “Casa democratica”.
Pier Luigi Bersani, la farneticante risposta sulle agenzie di rating (e Meloni se la ride)
Dal campo largo, che richiama atmosfere rurali, al progetto unico, che sa più di urban city. Per Pier Luigi Bersa...I CANDIDATI
Altra regola ferrea delle ipotetiche primarie per il nome della sinistra unita: vietare i giochi di parole con l’attuale denominazione “campestre” (cit. Bersani). Campobasso?
Escluderebbe gli elettori del Nord, dove già il centrosinistra non tocca palla. E chi propone la mozione Camposanto, in un afflato di realismo, rischierebbe l’espulsione immediata. Campolongo è troppo locale, va bene solo per i conterranei di Sinner che conoscono il passo tra il Sella e il Gruppo di Fanes. Bisogna cambiare schema, essere al passo coi tempi. Però anche Progressisti uniti potrebbe creare una infinita discussione interna. Perché progressisti e non progressiste? Il gruppo femminista presenterebbe la mozione per chiamarsi Progressist* unit*, le femministe oltranziste chiederebbero addirittura la schwa. E perché escludere i migranti con un nome italiano? United progressives suonerebbe bene, attirerebbe le seconde generazioni, è inclusivo. Ma lì si aprirebbe il tema della modalità per scegliere il nome. Se lo scelgono solo i leader si dà l’impressione di chiudersi nel Palazzo. Primarie? E il voto digitale? E il voto dei non tesserati? Ripensandoci, forse, Campo largo non è poi così male...




