«Siamo qui oggi perché quello che sta facendo il governo con questo intervento non c’entra nulla con la riforma della giustizia. La divisione delle carriere non c’entra assolutamente nulla ed è evidente il disegno politico di questo governo di mettere in discussione e di cambiare radicalmente la nostra Costituzione». Lo ha detto il leader della Cgil, Maurizio Landini, nell’evento Comitato Società Civile che dà il via alla campagna per il No al referendum sulla giustizia.
Quello che preoccupa nelle posizioni di Landini non sono tanto i danni che possono produrre: dire che è un pericolo per la democrazia un sistema giudiziario come quelli che ci sono in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna, in Germania, negli Stati Uniti, in Svizzera dove i giudici sono indipendenti dai pubblici ministeri per garantire una vera terzietà tra accusa e difesa, consolidando una scelta già sostanzialmente implicita nella Costituzione e impostata dalla legge Vassalli sul giusto processo del 1988, dire una cosa simile è una sciocchezza che la grande maggioranza del popolo italiano comprende facilmente.
Quello che addolora è vedere una grande istituzione della società italiana, come è stata la Cgil, disperdere il proprio patrimonio. Nonostante tutte le asprezze legate alla Guerra fredda, dopo il 1945 la Confederazione generale italiana del lavoro, non senza un solido rapporto con il Partito comunista, avendo anche nella memoria gli eccessi di un certo anarcosindacalismo del primo Novecento che aveva preparato le basi per soluzioni autoritarie, ha sempre cercato di mantenere un ruolo costruttivo, pragmatico, anche quando si impegnava in lotte risolute. Era un sindacato dove il suo leader più popolare Giuseppe Di Vittorio ben lungi dal lodare un fosco dittatore come Nicolás Maduro, prendeva le distanze dall’invasione sovietica in Ungheria nel 1956, e Palmiro Togliatti per sostituirlo – di fatto il legame con Moasca lo imponeva- non sceglieva un “duro” bensì una persona saggia come Agostino Novella che pazientemente rilanciava l’iniziativa non con fraseologie massimalistiche bensì con un paziente lavoro luogo di lavoro per luogo di lavoro.
Qualsiasi leader saggio di un’organizzazione di lavoratori comprenderebbe come oggi l’iniziativa dovrebbe essere concentrata sul rilanciare la produttività senza mettere in discussione i diritti conquistati e creando così lo spazio per seri aumenti salariali: su questo andrebbe concentrata l’iniziativa del sindacato, su questi temi si dovrebbe puntare il confronto e la polemica con i governi di qualunque colore fossero. E questo obiettivo è perseguibile – l’ha spiegato bene anche Bruno Trentin nei suoi Diari 1988-1994 - se cresce l’organizzazione nei luoghi di lavoro e insieme se si ridàpeso alla politica democratica. È un caso che l’indebolimento del movimento sindacale e delle condizioni materiali dei lavoratori sia maggiormente avvenuto sempre nei momenti in cui ci sono stati governi più o meno tecnici, perlopiù propiziati dallo strabordare del ruolo della magistratura dal suo ruolo istituzionale, dopo il 1992?
Maurizio Landini, che imbarazzo: "Le vede quelle bandiere rosse?"
Per qualcuno i social sono la nuova “tv”, per capacità di entrare nella realtà a tempo zero, l...In molti vecchi sindacalisti cigiellini questa semplice verità è chiara. Perché non lo è ai vertici dell’organizzazione? In parte è vero quello che ha recentemente detto Giuseppe De Rita: «Quelli che si sono dimenticati della loro storia come il Pd non riescono ad avere un’interpretazione della società. Mancando il legame con la loro storia, non hanno riscontro con la comunità da cui provengono». E così alla fine prevale un grumo di risentimento che porta il nucleo storico dei cofferatiani, un tempo perfetti riformisti, a consegnare la Cgil a un primitivo massimalista come Maurizio Landini.




