Prende corpo l’ipotesi che il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, rassegni le dimissioni lunedì 19 gennaio, aprendo la strada a elezioni anticipate in primavera e al ritorno di Vincenzo De Luca come candidato sindaco. Se questo scenario fosse confermato, il punto non sarebbe “chi” corre, ma che idea di istituzioni si sta imponendo: Salerno trattata come una casella da liberare, un passaggio obbligato dentro una filiera di comando. Ed è qui che il dato politico diventa gravissimo: ai cittadini si consegna l’immagine di un sindaco non davvero indipendente, non pienamente autonomo, ma condizionabile da decisioni esterne e logiche di leadership. Un sindaco eletto dai salernitani finirebbe per apparire come un amministratore “a tempo”, sacrificabile per convenienze che nulla hanno a che vedere con il mandato ricevuto.
Eppure la legge parla chiaro, il sindaco non è un delegato di partito: è il vertice dell’indirizzo politico-amministrativo, rappresenta il Comune, convoca e presiede la giunta, sovrintende ai servizi e agli uffici. L’unico strumento democratico per interrompere il suo mandato è la mozione di sfiducia, che deve essere motivata e sottoscritta secondo requisiti precisi. Se non c’è sfiducia, se non c’è una crisi discussa apertamente nelle sedi istituzionali, un’uscita di scena “pilotata” manda un messaggio devastante: il voto dei cittadini vale meno delle decisioni del capo. Trascinare un capoluogo in una fase straordinaria non per una scelta limpida davanti alla città, ma per un copione già scritto in sede di partito, significa normalizzare una torsione pericolosa. Significa accettare l’idea che una città possa essere usata come strumento per risolvere destini personali e assetti di potere. Ecco perché, oltre al Pd nazionale, chiamo in causa l’Anci nazionale e il suo presidente Gaetano Manfredi. L’Anci, nel suo statuto, richiama i valori di autonomia e indipendenza delle comunità locali. E nel sistema Anci ci sono documenti ancora più netti, in cui si afferma l’impegno a operare con piena autonomia e indipendenza da qualsiasi influenza esterna, comprese le pressioni dei partiti. Allora la domanda è semplice: se l’autonomia è un principio da difendere sempre, perché non è difesa quando sono in gioco la libertà e la dignità di un sindaco e di un capoluogo?
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Passate le feste, gabberanno lo santo. «Il Veneto ha la sua giunta e la Campania deve ancora aspettare. Spero non ...Manfredi stesso ha detto più volte che la difesa dei sindaci coincide con la difesa dello Stato. Bene: questa è l’occasione per dimostrarlo senza ambiguità. Perché qui non è in gioco una competizione elettorale, che è fisiologica, ma la sostituzione di fatto di un mandato popolare attraverso una dinamica extra-istituzionale. Questo fa male alla democrazia, perché svuota l’elezione diretta; fa male allo Stato, perché umilia le istituzioni; fa male a Salerno, perché la inchioda a una logica proprietaria, come se la città fosse una dependance di un potere personale. E quello che oggi accade a Salerno, domani potrebbe accadere in ogni altra città d’Italia.
*Vice responsabile nazionale Enti locali - Forza Italia




