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Ilaria Salis e Tatarella: gli incatenati in Italia non indignano nessuno

di Lorenzo Mottoladomenica 18 gennaio 2026
Ilaria Salis e Tatarella: gli incatenati in Italia non indignano nessuno

3' di lettura

Una rivista le aveva definite in prima pagina «le foto choc che hanno sconvolto l’Italia». Una persona ammanettata e trascinata al guinzaglio. «Proprio come un cane», dicevano i parenti. «Una iconografia poliziesca da regime» scriveva sul suo sito una nota associazione attivissima sui diritti dei carcerati. «Uno schiaffo irricevibile ai diritti di una persona detenuta, nostra connazionale. Ci aspettiamo che il governo di Giorgia Meloni reagisca, subito» diceva Elly Schlein.

Subito seguita dal Movimento Cinquestelle che parlava di «diritti fondamentali che non vengano rispettati. Lo Stato italiano non può passivamente assistere all’umiliazione pubblica di una sua cittadina». Ovviamente parliamo di Ilaria Salis, per le cui catene a mille e duecento chilometri dall’Italia è insorta l’intera nazione. Quello a fianco nella foto qui sopra, invece, è Pietro Tatarella, per cui non è insorto nessuno. A sua volta trascinato in “schiavettoni” non a Budapest ma a Palazzo di Giustizia, in centro a Milano. Ce l’avevamo in casa ma è rimasto del tutto ignorato. Nessuna associazione per i diritti civili in trincea, nessuna Elly Schlein pronta alla guerra. i$ toccato a lui far notare la contraddizione dopo sette anni, ora che da assolto è tornato a vivere e parlare normalmente.

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«La foto mi è stata scattata in Tribunale dove gli agenti di scorta hanno aperto la porta consapevoli che fuori ci fossero i fotografi appostati. Se guardate bene oltre alle manette c’è una catena con un lucchetto, ma io non sono Ilaria Salis e non ero in Ungheria, ma nella democratica Italia che in quei mesi aveva il grillino Bonafede Ministro della Giustizia». A scrivere è lo stesso Tatarella, il quale ieri si è lasciato andare a uno sfogo su Facebook. Era un consigliere comunale di Forza Italia nel 2019, quando è stato accusato di corruzione. Una moglie e un figlio di quattro anni appena. Ha subìto lo stesso trattamento descritto in tanti racconti sul “solido” sistema giuridico italiano. Prelevato all’alba. Terrore. Poi in isolamento per 47 giorni. Quindi anni in attesa di sentenza con il silenzio imposto dagli avvocati, perché una parola di troppo può essere fatale quando la propria vita viene messa nelle mani di un’altra. i$ tornato a parlare in questi giorni, dopo una sentenza d’appello che gli ha restituito un futuro a testa alta. Perché sul passato c’è poco da fare: pur da assolto ormai la sua condanna l’ha scontata, le sofferenze non si cancellano e la vita ha preso un’altra piega. Oggi fa il falegname. E' innocente e può finalmente levarsi qualche sassolino dalla scarpa.

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Per esempio, può scrivere del sindaco di Milano Giuseppe Sala, cui chiede conto della «Costituzione parte civile da parte del Comune di Milano nei miei confronti. L’avvocatura comunale ha chiesto centinaia di migliaia di euro di danni. Dal sindaco in questi anni, ma soprattutto oggi nemmeno una telefonata». Beppe ha avuto altri impegni, per esempio proprio con la Salis, che pur col suo passato occupazioni nelle case popolari, da eurodeputata ha potuto incontrare il sindaco per dargli lezioni di gestione del nostro patrimonio pubblico. Il tutto mentre scrive sui social post in cui sostiene il diritto alla banda armata dei palestinesi, come quello pubblicato ieri. Una in Parlamento a Bruxelles (senza processo), l’altro massacrato e dimenticato. E' la nostra giustizia.