Dipendesse dalla sinistra, con un tocco di bacchetta magica con la stella rossa tornerebbe indietro nel tempo per cancellare il problema. Ma mica al periodo 1943-1945, quando si consumò la tragedia delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’altra sponda dell’Adriatico, magari per impedirlo; macché, basta riavvolgere il nastro a qualche decennio fa, quando sui dizionari la parola significava solo inghiottitoio carsico senza alcuna spiegazione storica e sui libri di storia non appariva neppure.
Omettere, rimuovere e negare, erano le parole d’ordine del verbo comunista che di fronte alla responsabilità politica e morale di quell’orrore, ha mantenuto la rotta cambiando vocabolario: sminuire, relativizzare e, capolavoro d’ipocrisia, contestualizzare e riportare tutto al fascismo. Insomma, guai a toccare Tito, il glorioso esercito di liberazione jugoslavo, la stella rossa, nel Giorno del ricordo istituito con legge che ne commemora le vittime, morti e vivi. A dissentire e a non mascherare neppure l’imbarazzo sono sempre quelli col ditino all’insù o puntato sugli “altri” che devono prendere le distanze, condannare, abiurare a comando. Sono i compagni depositari di verità e giustizia, e se magari qualche volta è sfuggito il dito sul grilletto, erano compagni che sbagliavano per eccesso di zelo, non il comunismo a essere sbagliato e criminale. E infatti, insorgenti di professione, sono insorti quando l’Unione europea ha parificato il comunismo al nazismo e l’ha rimesso nella pessima compagnia dei tre totalitarismi del Novecento.
Poi però il calendario una volta l’anno li costringe morettianamente a dire qualcosa di sinistra, ma non potendo giustificare la barbarie e il bagno di sangue, accantonano gli imbarazzi di una volta sfoggiando l’arroganza revisionista della contestazione di fatti, dati e numeri. A Firenze disco rosso di Anpi senza più partigiani, Aned e sinistra per Italo Bocchino (doveva presentare un documentario sulle foibe), prontamente raccolto dalla presidente del Consiglio regionale toscano Stefania Saccardi: i tutori della democrazia e delle libertà hanno scelto (si fa per dire) di non commemorare con «interventi esterni» e motivato di voler evitare la presenza di «persone che potessero suscitare contrasti e contrapposizioni».
I dispensatori di patenti la sanno lunga su come si fa, visto che il semaforo democratico non è né intermittente né alternato. Già dimenticato che in certe università politicizzate si dà e si toglie la parola ideologicamente e persino Joseph Ratzinger si beccò un non expedit in ateneo. Ma questa non è mica censura: è precauzione, un daspo previdente. Come per il comico Andrea Pucci a Sanremo, ma sull’argomento delle foibe e dell’esodo non c’è davvero niente da ridere.
È di pochi giorni fa l’agghiacciante dichiarazione pubblica che il comunismo ha liberato l’uomo. Per almeno 5mila italiani infoibati l’ha fatto privandoli della vita, per i circa 350mila esuli istriani, giuliani e dalmati rendendoli liberi di vagare nel mondo per ricostruirsi una vita, senza più nulla se non il ricordo. Ed è cronaca recente il manifesto che celebra il 10 febbraio come giornata del partigiano, che per rimanere nel politicamente orientato è nel caso specifico una partigiana jugoslava. Solo che, andrebbe rammentato a un po’ tutti, il 10 febbraio non si celebra proprio nulla: si commemora una tragedia nazionale, che segue una guerra perduta pagata per tutti gli italiani, da quelli del nord-est con la vita e lo sradicamento per sempre.
Per questo è il Giorno del ricordo, anche se i maîtres-à-penser militanti, titolari e titolati, preferiscono non farlo. E Asakatasuna si permette persino di scherzare cinicamente su quel dramma epocale con il manifesto del compagno Tito che in dialetto ammonisce: “Occhio alle buche”. Cioè le foibe, dove gli italiani perché italiani e pure gli sloveni non comunisti venivano gettati spesso vivi: legati in colonna col fil di ferro, bastava mitragliare i primi per far precipitare tutti nei pozzi della morte. Ah, già, ma a sinistra questa è satira. Rossi sempre, ma di vergogna mai.




