Il “campo largo” ha passato una settimana da sogno. In ordine: il trionfo del No al referendum costituzionale sulla giustizia; il bagno di folla in piazza; i brindisi. E ancora: i leader tutti insieme a festeggiare, con l’aggiunta del solito Maurizio Landini e della sua Cgil. E poi gli scossoni nella maggioranza di centrodestra: le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi dal ministero della Giustizia, quelle più travagliate di Daniela Santanchè da ministro del Turismo con annesse polemiche dentro Fratelli d’Italia. Giustizialisti contro garantisti: le puntualizzazioni del presidente del Senato, Ignazio La Russa, e i rilievi del ministro della Difesa, Guido Crosetto.
E poi Forza Italia: la scure di Marina Berlusconi sulla vecchia guardia, il passo indietro di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato. E le voci sulle ulteriori teste in odore di taglio: tocca ad Antonio Tajani, numero uno del partito. No, tocca al capogruppo alla Camera, Paolo Barelli. In mezzo a questo clima da “ultimi giorni di Pompei”, ecco i gruppi parlamentari dell’opposizione scatenati in Parlamento: «Giorgia Meloni venga subito a riferire e chiarisca le linee del governo». No, non basta: salga al Quirinale dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il sondaggio Pagnoncelli dopo il referendum: cosa cambia, chi sale e chi scende
Pochi giorni dopo la consultazione referendaria, i sondaggi mostrano l'impatto sugli orientamenti di voto degli ital...Presi dall’entusiasmo, i leader del centrosinistra prima ancora della chiusura delle urne si sono messi al lavoro per individuare il percorso migliore per trasformare in seggi del futuro Parlamento i voti che sentivano tra le mani. Via alle primarie di coalizione. No, a Palazzo Chigi va il leader del partito più votato. Neanche: bisogna trovare un federatore, il sempreverde “papa straniero”. Dettagli comunque: tanto la marea del No è una polizza da riscuotere quali che siano le modalità. Ecco, fatta questa lunga premessa sulla settimana appena trascorsa, dai primi sondaggi realizzati dopo la “riscossa della società civile” che si è ribellata all’«attacco alla Costituzione più bella del mondo», con annesso risveglio dei “giovani”, ci si aspetterebbe di cogliere i primi segnali dell’imminente mutamento dell’opinione pubblica in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. E invece no.
Praticamente non si è mossa foglia. Nessun sorpasso. Nessuna freccia. Alessandra Ghisleri, che con il suo Only Numbers testa periodicamente l’orientamento degli elettori per La Stampa, è stata tranchant: «Le variazioni registrate appaiono ancora contenute, quasi fisiologiche, tuttavia ben lontane dalle “esultanze” e dai “tormenti” amplificati dal racconto mediatico». E dunque facciamo i conti. Fratelli d’Italia, che ha sofferto di più gli effetti del voto referendario, effettivamente lascia sul terreno un punto e mezzo percentuale. Adesso il partito della premier vale sul mercato elettorale il 27,8% dei voti.
Premessa: alle Politiche del 2022 aveva incassato il 26%, alle Europee di due anni dopo il 28,8%. Questo per avere un termine di paragone. Forza Italia, che ha visto bocciato un suo storico cavallo di battaglia - la separazione delle carriere - è accreditata dell’8,8%. Per il movimento di Tajani la sconfitta referendaria si è tradotta in un calo dello 0,2%. La Lega, invece, ha perso il doppio degli azzurri: lo 0,4%. Stabile la quarta formazione del centrodestra, Noi Moderati, allo 0,5%. Totale del centrodestra: 45,2%.
Nota bene: Ghisleri tiene fuori dal perimetro della maggioranza, nonostante la fiducia che il gruppo parlamentare ha comunque votato all’esecutivo in Parlamento, Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci (3,1%). Così il totale del centrodestra arriva al 45,2%. E il “campo largo”, che ha stappato lo spumante in piazza Barberini? 44,3%. Ancora in svantaggio. «Un dato», chiosa l’analista, «non ancora sufficiente a colmare il divario competitivo». Il Pd ha addirittura perso 1,1 punti rispetto alla rilevazione effettuata prima del referendum (ora è al 21,9%). Tra i gruppi dell’opposizione, solo il M5S avanza: guadagna l’1,6% salendo a quota 12,1%.
Dalla Stampa al Corriere della Sera, dove l’analisi dei flussi elettorali è affidata a Nando Pagnoncelli (Ipsos Doxa). Non inganni il titolo: «FdI in calo, crescono Pd, 5 Stelle e FI». Messa così, ci si aspetterebbe un “campo largo” praticamente sull’uscio di Palazzo Chigi. Ma i numeri delle coalizioni raccontano un’altra cosa. Detto che il partito di Meloni, così come certificato da Only Numbers, paga gli effetti della sconfitta referendaria (persi 1,3 punti rispetto al mese precedente), ecco che Forza Italia ne guadagna quasi altrettanti (1,1, per un lusinghiero 9,5%) e che piccole avanzate dello 0,2% ciascuno - vantano sia la Lega (ora al 6,3%) sia Noi Moderati (1%). Quindi il calo di FdI è di fatto reso irrilevante, ai fini dell’alleanza, dalla crescita delle altre formazioni della coalizione.
Pagnoncelli, rispetto alla collega Ghisleri, inserisce Futuro nazionale di Vannacci nel perimetro del centrodestra. E la formazione dell’ex generale rispetto al sondaggio del 26 febbraio perde parecchio: lo 0,6%. Fatto sta che effettuate le somme il centrodestra - Vannacci incluso - arriva al 46,5%. Un mese, c’era lo 0,4% in più. Non proprio un bagno di sangue, dunque. E comunque nonostante la settimana da sogno dei rivali, l’attuale 46,5% è comunque mezzo punto in più del “campo largo”. L’alleanza Pd-M5S-Avs-Italia Viva-Più Europa guadagna rispetto al sondaggio precedente (un punto percentuale), ma non abbastanza da superare il centrodestra. «I contraccolpi sono tutto sommato contenuti», sintetizza Pagnoncelli. Al punto che il «quadro», conclude l’amministratore delegato di Ipsos Italia, «non sembra delineare sconvolgimenti profondi».




