Tra aprile e maggio tre eventi politici europei ci aiutano a capire che cosa sta avvenendo nella sinistra del Vecchio continente: così le elezioni in Ungheria dove per battere una destra conservatrice con qualche tendenza illiberale, qualche flirt putiniano di troppo e con eccessi di ricatti antieuropei, la sinistra si è annullata, consegnando la guida della nazione a una destra conservatrice però non putiniana ed europeista (più o meno quel che era successo già in Polonia). In Romania la sinistra per impedire una vittoria del candidato della destra radicale, dopo diversi pasticci (con annessa sospensione di un candidato che si è considerato sostenuto da Mosca) aveva appoggiato al secondo turno un indipendente, (Nicusor Dan) d’intesa con formazioni di una destra moderata a cui poi toccò esprimere il primo ministro (Ilie Bolojan). Ma questa intesa non ha retto la prova del governo e i socialisti hanno aperto una crisi perché critici della politica di austerità che Bucarest aveva concordato con l’Unione europea.
Intanto fuori dall’Unione europea in Inghilterra i Laburisti hanno dimezzato i consiglieri che avevano negli enti locali, perdendone più di 1.300, anche nelle aree dell’Inghilterra considerate storicamente loro feudi, mentre è cresciuto il partito di destra radicale Reform Uk di Nigel Farage, quello verde-islamista di Zack Polanski e i liberali che raccolgono voti sia della destra, sia della sinistra moderate. Con, anche, una preoccupante crescita dei partiti più o meno indipendentisti della cosiddetta Gran Bretagna celtica (Scozia, Galles, Irlanda del Nord) e quindi con annessa (potenziale) minaccia di disgregazione del Regno Unito.
Elly Schlein e compagni, l'ideologia woke è ancora la base del loro programma
Ieri la sinistra ha celebrato il decennale della legge sulle unioni civili. Unioni che, dopo il boom iniziale, hanno com...Elly Schlein pensa di sopperire a questa evidente crisi della sinistra (e al suo inesistente posizionamento politico) cercando conforto in un Barack Obama che però non sa bene, - dopo aver esaurito la carta Joe Biden che era l’unico politico, prima dell’estrema senescenza, a riuscire a esercitare questo ruolo- come saldare democratici radicali e moderati, e in un Mark Carney che ancora per un po’ potrà godere del vantaggio non facilmente imitabile che le posizioni scomposte di Donald Trump sul Canada, gli hanno offerto.
Ma, in realtà, il problema della sinistra nelle democrazie occidentali non è facilmente risolvibile: parte fondamentale dell’insediamento sociale progressista, il mondo del lavoro, è scossa da processi non facilmente governabili con le ricette tradizionali (compreso quello di un’immigrazione senza integrazione che diventa sempre più esplosivo) e non è semplicemente componibile con le tendenze radicali iperecologiste, wokiste-genderiste, acriticamente terzomondiste (solidali spesso persino con il terrorismo jihadista). Anche il nobile impegno per incrementare il ruolo di istituzioni sovranazionali pone una serie di questioni alla sinistra, come, innanzi tutto, quello di non finir per privilegiare soluzioni tecnocratiche rispetto a quelle concretamente democratiche che, invece, di norma gli ordinamenti nazionali consentono.
In questo senso è necessario riflettere sui vari problemi che la sinistra ha in Germania, in Francia, persino in quello che viene considerato un modello cioè in una Spagna che da anni non riesce ad approvare un bilancio dello Stato e a fare riforme decise perché bloccata da baschi e catalani conservatori che appoggiano l’esecutivo per non aiutare il centralismo della destra, ma non hanno reali convergenze programmatiche con Pedro Sanchez.
Pedro Sanchez, il vero miracolo spagnolo: è ancora premier
Gira e rigira dietro le “straordinarie” performance economiche della Spagna del socialista Pedrito Sanchez c...Forse la lezione più interessante viene dagli Stati della cosiddetta nuova Lega anseatica (dall’Olanda alla Finlandia, Svezia Danimarca, Paesi baltici) dove governano ora le destre orale sinistre ma con un riconoscimento reciproco (prodotto innanzi tutto dalla paura per la Russia). E in qualche modo anche in Italia e in Grecia dove, dopo varie peripezie tecnocratiche si è guadagnato un po’ dello spazio necessario alla “politica”, l’unico spazio che garantisce il funzionamento della democrazia e che offre quindi anche una realistica speranza di far decollare istituzioni sovranazionali non essenzialmente burocratiche. Mentre, d’altro verso, senza politica, di fatto (vedi Gran Bretagna e Spagna) possono andare a pezzi persino integrazioni multinazionali secolari.




