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Giorgia Meloni-Alessandro Giuli: perché l'incontro fa impazzire la sinistra

di Brunella Bollolimartedì 12 maggio 2026
Giorgia Meloni-Alessandro Giuli: perché l'incontro fa impazzire la sinistra

4' di lettura

Chi si aspettava il cinema, è rimasto deluso. A Palazzo Chigi ieri si è chiusa la fiction sullo strappo non ricucibile, a detta dell’opposizione, tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il governo che lo ha nominato. Dopo un’ora di colloquio tra la presidente del Consiglio e il titolare del Mic non soltanto è stato ribadito il «pieno sostegno» dell’esecutivo al titolare di un ministero «centrale per l’Italia», ma di strappi non si è proprio parlato e ogni spiffero velenoso degli scorsi giorni è stato derubricato a «normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale».

Certo, qualcuno parla di una Meloni impegnata a spiegare al suo ministro, nonché amico di sempre, che certe scelte sono legittime ma «prima» devono essere «coordinate» perché in politica anche i tempi contano e il momento non ammette sbavature. L’incontro, comunque, è stato chiesto da lui, è perfino andato a Chigi in auto e non a piedi come fa di solito; o forse è lei che lo ha convocato per fargli la ramanzina, di sicuro all’inizio del lungo colloquio c’è stato un chiarimento franco, poi un comunicato decisamente esaustivo ha spento i sogni della sinistra: Alessandro Giuli resta dov’è. Ogni altra ricostruzione giornalistica «è priva di fondamento».

DISSIDI INTERNI
La Biennale della discordia fa ancora parlare di sé e il ping pong a distanza sulla presenza dei russi a Venezia tra Giuli e il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco, ha innescato una miccia che cova sotto la cenere, sebbene il ministro abbia fatto sapere che prima o poi andrà a visitare la 61esima Esposizione d’Arte che tutto il mondo ci invidia. Ma il casus belli di cui si è discusso nelle ultime 48 ore non era tanto il Padiglione con gli artisti graditi al Cremlino, su cui comunque Giuli ha registrato la presa di posizione della Lega di Matteo Salvini in totale disaccordo con la linea governativa e del suo ministero, o il fatto che Buttafuoco, dal palco abbia citato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Liberi, audaci, eccoci». La vicenda è quella deflagrata domenica quando il Corriere.itha riportato del siluramento, da parte di Giuli, di due membri dello staff: Emanuele Merlino, responsabile della segretaria tecnica del Mic e uomo di fiducia del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, capo della segreteria del ministro. Il primo, figlio di Mario, storico militante di Avanguardia nazionale, è considerato un super tecnico, cresciuto al Centro studi di Fratelli d’Italia con Fazzolari e approdato al Collegio Romano con Gennaro Sangiuliano ministro. La seconda, con esperienze da consigliera e assessore nella sua Umbria, ha la fiamma tricolore tatuata sul costato a destra, per dire della fedeltà a Fdi (è considerata vicina ad Arianna Meloni) e ricopriva quel ruolo da luglio 2025. Quindi, se il primo, Merlino, non è stato assunto da Giuli, la seconda è più riconducibile alla sua gestione. Eppure, nessuno dei due dirigenti gode della fiducia del ministro, il quale, dopo il mancato finanziamento al docufilm su Giulio Regeni, ha cominciato a sentire con sempre maggiore insofferenza scelte imposte dall’alto, che fosse il partito, o Palazzo Chigi.

Le ricostruzioni di chi descrive un Giuli furioso per le critiche che gli sono piovute addosso, in merito al film sul ricercatore ucciso in Egitto, alla cacciata di Beatrice Venezi dalla Fenice, e alle passerelle di altri esponenti di Fdi e Lega alla Biennale, non sono campate per aria. Così come non è un mistero che all’ex presidente del Maxxi non siano andati giù gli attacchi via chat di Salvini, con il quale il rapporto è stato in salita da subito. Ma se a tutti non si può stare simpatici, è pur vero che una volta scelto come ministro, Giuli avrebbe preferito almeno potere fare le proprie scelte, senza sentirsi osservato se non addirittura commissariato. Per questo domenica, forse sbagliando i tempi (troppo fresche le tensioni sulla Biennale), ha sorpreso tutti firmando i decreti di revoca di Merlino e Proietti. Senza pensare, però, che avrebbe creato un problemino al governo. In realtà, nessuno ha mai pensato che Giuli avrebbe lasciato il Mic né glielo ha chiesto la premier, con la quale non vi è dubbio che il rapporto sia solido, «cordiale e proficuo». Per cui, avanti insieme, smentiti i gufi.

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GRATITUDINE
Alessandro Giuli nel corso del colloquio di un’ora a Palazzo Chigi (assente Fazzolari) ha espresso «la propria gratitudine nei confronti della presidente del Consiglio, confermando il suo totale sostegno al programma della coalizione di governo». Un incontro, spiegano fonti, che ha consentito di approfondire i principali dossier di competenza di un dicastero strategico per il Paese, nonché di analizzare gli sviluppi del contesto nazionale e internazionale che incidono sul settore di riferimento. Ora Giuli dovrà rimpiazzare i dirigenti licenziati, ma la cosa, anche ad Arianna Meloni, non sembra un problema: «È una dinamica naturale che un ministro possa scegliere o meno il proprio collaboratore», ha detto ieri. Tuttavia, oggi, il ministro non sarà a Bruxelles, al Consiglio Ue della Cultura, a causa di uno sciopero. La sinistra tuona, ma per Giuli ora comincia la fase 2 al suo posto al ministero.

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