L’asticella è quella ed è immobile, ormai, da tanti mesi. Inchioda il Pd in una forbice tra il 20% e massimo il 22%. Nonostante l’impegno - va detto - senza sosta della segretaria per far crescere il Pd, macinando chilometri da Nord a Sud in ogni week-end, e nonostante Elly Schlein abbia corretto l’impostazione “movimentista” dei primi anni da segretaria, iniziando a frequentare non solo picchetti e cortei, ma anche ambienti più istituzionali (in particolare il mondo imprenditoriale e industriale: ieri a Torino Andrea Orlando, responsabile politiche industriali, ha condotto il settimo incontro, dedicato all’automotive, sulle diverse filiere industriali, lavoro che verrà raccolto in autunno in un Libro Bianco), i sondaggi non si schiodano da quel 20%.
Quattro punti in meno rispetto al risultato ottenuto dal Pd alle elezioni europee del 2024, quando, però, si nota tra i dem, le liste furono saggiamente infarcite di esponenti riformisti, non vicini alla segretaria, ma che portarono voti e preferenze. Alcuni (Elisabetta Gualmini e Pina Picierno) se ne sono andati recentemente dal Pd.
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Ma a preoccupare il Nazareno non è solo la percentuale singolarmente attribuita al Pd. Il problema è che, invece, il M5S viene dato in una forbice tra il 12% e il 14%, dunque stabilmente sopra rispetto alla percentuale ottenuta alle elezioni europee (10%). L’ultima rilevazione è quella di Ipsos, l'istituto guidato da Nando Pagnoncelli, che dà il Pd al 20,1% (il dato più basso registrato nell'ultimo anno), il M5S al 14,3% (dato anche questo che conferma le rilevazioni precedenti). La Supermedia di Youtrend non si discosta di molto, valutando il Pd al 21,4% e il M5S al 12,8%. Viene confermato un dato: alle elezioni europee il distacco tra Pd e M5S era di 14 punti. Ora, a guardare i sondaggi di diversi istituti, si è ridotto a 6 o 8 punti.
Quasi dimezzato.
Se si guarda al totale raccolto dalla coalizione progressista potrebbe non cambiare molto (cala il Pd, ma cresce il M5S). Cambia, però, per quanto riguarda gli equilibri della coalizione. Se il giorno dopo le Europee, Schlein avrebbe potuto facilmente - forte dei numeri - pretendere un ruolo da partito-guida della coalizione progressista e rivendicare quello che in tutti i Paesi del mondo è normale, ossia che a guidare la coalizione al momento all’opposizione è il leader del partito più grande, ora è più complicato. Il Pd resta il partito maggiore della coalizione progressista. Ma con un distacco inferiore rispetto al secondo, se paragonato alle Europee, ultima rilevazione nazionale che si può valutare. Il che non è ininfluente. Soprattutto in una situazione in cui ancora non si è deciso né chi sarà il candidato premier, né come deciderlo. E in cui il leader del secondo partito, Giuseppe Conte, ambisce a essere lui il candidato premier e certo non riconosce a Schlein, almeno non a tavolino, il diritto a guidare la coalizione.
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E che questo nodo, irrisolto, preoccupi il Nazareno è confermato da un emendamento che il Pd ha presentato al testo della legge elettorale, all’esame dell’Aula della Camera dei deputati. Tra i circa 80 emendamenti segnalati dal Pd alla legge elettorale in Aula, ce n’è uno che prevede il «divieto di scrivere un nome sul simbolo che sia diverso da quello del candidato premier» della coalizione. In pratica, se la coalizione indica un nome come candidato premier al momento del deposito del programma (come il testo della riforma elettorale voluta dal centrodestra prevede), le liste che fanno parte dell’alleanza non possono includere un nome diverso: per esempio non si potrebbero più ammettere liste denominata “Forza Italia-Berlusconi presidente” o “Lega per Salvini premier”.
Ma il divieto, ovviamente, riguarda anche il centrosinistra. Il M5S non potrebbe, se mai fosse spuntata questa suggestione, inserire nel proprio simbolo il nome di Conte. Ipotesi che potrebbe essere valutata sia nel caso in cui Beppe Grillo vincesse la causa intentata contro l’Associazione M5S presieduta da Conte, e dunque il M5S si trovasse costretto a creare un nuovo simbolo e volesse inserire il nome di Conte, sia nel caso in cui il Fondatore la perdesse, ma il M5S volesse sfruttare il consenso personale dell’ex premier, inserendolo nel simbolo.




