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Meloni ad Ankara, "non mi pento di nulla": la frase con cui chiude la partita

di Fausto Cariotigiovedì 9 luglio 2026
Meloni ad Ankara, "non mi pento di nulla": la frase con cui chiude la partita

4' di lettura

Non, je ne regrette rien. Giorgia Meloni non lo dice in francese, ma la sostanza è quella di Edith Piaf: «Non mi pento di nulla di quello che ho fatto». Al vertice Nato di Ankara l’argomento più interessante è sempre Donald Trump. A maggior ragione perché ha iniziato la giornata dichiarando chiuso il cessate il fuoco con l’Iran, per poi reclamare ancora la Groenlandia, attaccare la Spagna e ribadire che l’Italia «ha fatto molto male» a non concedere le basi agli aerei da guerra americani. Nella conferenza stampa al termine del summit la premier evita, anche stavolta, di rispondere ai suoi attacchi diretti.

Ammette di non avere elementi per giudicare se la decisione di riaprire le ostilità con Teheran sia giusta («non ero al tavolo delle trattative e quindi non so se ci fossero margini per andare avanti col negoziato...»), ma non nasconde di essere «molto preoccupata». Anche perché «non possiamo escludere che questo contagi gli altri quadranti di questa delicata regione».

Assicura, però, di non avere alcun pentimento per il rapporto che aveva provato a creare, e che per un certo periodo ha avuto, con l’inquilino della Casa Bianca. L’investimento politico, spiega, lei lo ha fatto per l’unità dell’Occidente e precede l’arrivo di Trump. Certo, tra loro «c’erano e ci sono affinità su alcuni temi: l’immigrazione, la cultura woke...». Perciò riteneva che costruire un rapporto con lui «potesse essere più semplice» che con altri. «Le cose stanno andando come abbiamo visto, ma non cambio idea», assicura, «su quale sia l’interesse italiano», ovvero «il rafforzamento dell’unità occidentale».

NESSUN DISIMPEGNO USA (PER ORA)

Non cambia nemmeno la linea sul conflitto: «Abbiamo detto che non avremmo partecipato agli attacchi all’Iran. Non stiamo partecipando agli attacchi all’Iran e non parteciperemo agli attacchi all’Iran». Tra gli elementi positivi c’è il fatto che Trump non abbia annunciato passi avanti sul ritiro delle truppe Usa dall’Europa: «A noi», fa sapere Meloni, «non è stato comunicato alcun disimpegno formale». L’andazzo, però, è quello già da prima che Trump diventasse presidente. Meloni invita a coglierne l’aspetto positivo: per l’Europa è «un’occasione per assumere maggiormente il controllo della sua sicurezza, e dunque avere maggiore autonomia». Intanto conferma che l’Italia proseguirà con gli aiuti militari a Kiev: Guido Crosetto sta valutando lo strumento migliore.

Per la premier è il sesto vertice internazionale in tre settimane e mezzo. Motivo per cui il 13 luglio, a Parigi, per la riunione dei Volenterosi voluta da Emmanuel Macron, lei non ci sarà.

«Siccome ho diversi dossier dei quali occuparmi in patria», avverte, «saremo ottimamente rappresentati dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani». Sa già che i media vicini all’opposizione ci ricameranno: «Potete scrivere tutti gli articoli che volete sull’isolamento, il cambio di posizionamento... C’è il disimpegno sull’Ucraina? No, ma neanche me ne posso permettere uno sull’Italia...».

Dove ogni giorno la sinistra l’incolpa di tagliare sulla sanità per acquistare armi. Lei replica con forza, bollando come «strumentale» e «ridicola» l’accusa «di un’Italia che chiude gli ospedali per comprare i carri armati». «L’unica cosa che non farò e che non sono disposta a fare», scandisce, «è togliere risorse ad altri capitoli che considero ugualmente importanti». Del resto, spiega, il suo concetto di difesa e sicurezza non si limita alle armi. Il suo elenco comprende «la protezione delle infrastrutture critiche, della sicurezza energetica, la cybersicurezza e quindi la sicurezza dei dati delle famiglie, delle imprese, delle pubbliche amministrazioni...».

È con questa «concezione ampia» che l’Italia è arrivata a investire il 2,8% del Pil in difesa e sicurezza, e Meloni si è presentata al vertice con un aumento dello 0,71% rispetto all’anno precedente, impegnandosi a fare ancora di più («però stabilendo noi i tempi, i modi, le priorità, in base al contesto e alle nostre possibilità»). È anche un mezzo per sostenere l’economia nazionale: «Quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori. Quindi più sicurezza, ma anche più lavoro qualificato, più ricerca, più crescita».

LA STORIA DEL SINDACO GIAPPONESE

Lei tira dritto perché è convinta che sia la cosa giusta da fare, pur sapendo che rischia di pagare un prezzo. Tanto che chiude la conferenza stampa raccontando la storia del sindaco di un’isola giapponese che aveva costruito una barriera anti-tsunami. «Fu cacciato a pedate perché aveva speso un sacco di soldi per fare questa barriera». Però, «quando è arrivato lo tsunami, questo Paese è l’unico che si è salvato. Gli hanno fatto una statua, solo che intanto era morto». Morale della storia: «Una politica responsabile si pone anche il tema di fare quello che può non essere popolare, quando sa che serve a difendere la sicurezza dei cittadini».