Non un voto di fiducia, quello di ieri alle 13.30 a Montecitorio, ma qualcosa di simile. Giorgia Meloni e i suoi avevano avvertito tutti: in caso di sconfitta, si va a casa. Si doveva dire sì o no a cinque pregiudiziali di costituzionalità: le richieste, presentate dall’opposizione, che l’aula non discuta un progetto di legge perché ritenuto in contrasto con la Costituzione. Il governo ha passato l’ostacolo nel migliore dei modi: 222 deputati della maggioranza presenti in aula e ben 229 voti contro le pregiudiziali (151 quelli a favore).
L’insidia era nello scrutinio segreto. Il 14 luglio la stessa assemblea, votando quel disegno di legge con l’identico metodo, aveva bocciato l’emendamento di Fdi che avrebbe reintrodotto, in parte, le preferenze. Stavolta si è votato il testo modificato dal Senato, che prevede fino a tre preferenze (escluso il capolista bloccato) con l’obbligo, per l’elettore che ne dà più d’una, di scegliere candidati di sesso diverso.
LA SCELTA DEI VANNACCIANI
I sette voti in più rispetto alla maggioranza sono arrivati, almeno in parte, da destra. Parlando in aula a nome della pattuglia di Futuro nazionale, il vannacciano Edoardo Ziello ha detto che lui e gli altri, pur essendo contrari a «una legge elettorale che scippa ancora di più la sovranità al popolo», non avrebbero votato «a favore di pregiudiziali ridicole». I deputati di Fn presenti erano otto. È probabile, anche a sentire gli eletti del centrodestra, che come già avvenuto altre volte ci sia stato qualche franco tiratore da entrambe le parti: esponenti della maggioranza che hanno votato contro la legge, “compensati” da esponenti dell’opposizione che hanno votato a favore, magari perché sono alla prima legislatura e spaventati all’idea di vedere il loro mandato terminare prima di metà aprile, quando dovrebbero maturare il diritto alla pensione da parlamentare. Spostamenti minimi, in ogni caso.
«Se ci saranno sorprese, arriveranno alla fine», è la frase ricorrente tra gli eletti del centrodestra. Il voto finale sull’intero provvedimento, previsto per l’8 ottobre, sarà infatti anch’esso a scrutinio segreto. Sarà allora che si vedrà se cambierà la legge elettorale o si andrà a elezioni (molto) anticipate con le stesse regole del 2022.
Già ieri, comunque, si respirava l’atmosfera delle grandi votazioni. Erano stati precettati tutti gli esponenti della maggioranza ed erano presenti molti ministri, oltre all’intero stato maggiore dell’opposizione: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi. La tensione era alta soprattutto dalle parti di Fdi. Giovanni Donzelli, Francesco Filini, Elisabetta Gardini, Sara Kelany e Augusta Montaruli si sono sistemati sugli scranni superiori: posizione ideale per controllare i loro colleghi mentre schiacciavano i bottoni. La spiegazione ufficiale è comunque un’altra, più rassicurante: il “trasloco” è stato fatto per consentire ai membri del governo di occupare i seggi più in basso e votare.
Sino a giovedì non dovrebbero esserci fibrillazioni. L’esame della legge elettorale riprenderà lunedì, giorno in cui il governo porrà la fiducia sui primi tre articoli del nuovo testo. Due di queste votazioni si terranno martedì e una mercoledì, giorno in cui sarà votata anche la nuova versione dell’articolo 8, che estende ai «caregiver familiari» (coloro che prestano assistenza ai propri congiunti) la possibilità di votare fuori sede, come lo stesso articolo prevede per studenti, lavoratori e malati. Su questa norma c’è un’intesa tra maggioranza e opposizione, che rende non necessaria la fiducia. L’8 ottobre le dichiarazioni inizieranno alle 10.30 e la votazione finale è prevista due ore dopo, in diretta televisiva. L’opposizione chiederà lo scrutinio segreto, previsto dal regolamento.
Fratelli d’Italia si prepara all’appuntamento con le parole di Donzelli. «Questo voto era delicato», dice commentando lo scrutinio di ieri, ma quello finale avrà «un valore politico enorme». In quell’occasione, come nelle tre votazioni di fiducia, la maggioranza non avrà dalla propria parte i deputati di Roberto Vannacci. Il generale è stato netto: per lui «quest’alleanza di centrodestra vuole continuare ad avere i capolista bloccati e a nominare gli “unti” dalle segreterie dei partiti».
ASPETTANDO LA CONSULTA
Il vero verdetto sulla costituzionalità della nuova legge lo darà comunque la Consulta, alla quale i comitati di sinistra si appelleranno, presentando ricorso ai giudici civili ordinari subito dopo la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta ufficiale. Un sostegno a questa operazione è arrivato da Giovanni Maria Flick, ministro della Giustizia nel primo governo Prodi ed ex giudice costituzionale. Nel suo ultimo libro scrive che la riforma sembra scritta «per “stabilizzare il governo” o meglio per capitalizzare il vantaggio e per rendere più difficile l’alternanza». È ciò che secondo lui «la Corte costituzionale ha già criticato», perché «ogni meccanismo che comporti una distorsione della rappresentatività si pone in contrasto con la Costituzione». Argomento che finirà sul tavolo dei giudici delle leggi, se giovedì non ci saranno incidenti.




