Ormai è una sorta di mantra: Giorgia Meloni è la madre “cristiana” che ignora le sofferenze dei bambini di Gaza e che non ascolta i dolori dei giovani italiani che in piazza le chiedono di dimettersi.
Assieme a quello degli italiani che non arrivano a fine mese questo refrain è uno dei più quotati nei talk e sui social. Sarà, c’è da immaginare, la cantilena che ci accompagnerà da qui all’apertura delle urne. Trascurabile il dato sui 200 bambini provenienti da Gaza che sono stati curati negli ospedali italiani. Se ne fregano i portatori della kefiah d’ordinanza. Del resto non si curano nemmeno degli oltre 3mila bambini ucraini periti nella guerra scatenata dalla Russia. Volutamente ignorano il fatto che Giorgia Meloni già nel settembre 2025 condannò l’uccisione di civili a Gaza giudicando sproporzionata la reazione di Israele. Tutto archiviato, tutto volutamente ignorato per perpetuare la narrazione sulla Meloni complice del genocidio. Per non dire della guerra in Iran.
CONFUSIONE
Abbiamo ascoltato Rula Jebreal ululare in un salotto tv contro il governo, affermando che dalle basi italiane sono partiti 500 aerei americani. Sì, ma per azioni logistiche e non per andare a bombardare l’Iran.
Tanto è vero che Trump si è mostrato assai irritato per il mancato supporto dell’Italia all’operazione Epic fury. Ma si deve fare confusione per forza tra verità e ideologia al fine di minare l’immagine pubblica di Giorgia Meloni. Non si deve informare, ma eccitare gli animi. E non ci si ferma neanche dinanzi alla sua bambina. Per la sinistra ci sono bambini e bambini: quelli di Gaza meritano lacrime e mobilitazione, e ci mancherebbe, quella di Meloni è invece da guardare col disprezzo che si deve a esseri umani inferiori. In principio fu Alberto Mattioli su La Stampa a parlare della figlia di Meloni «prodotta con la collaborazione del compagno Giambruno».
Era il 2021, clima meno caldo di oggi. Qualche esponente di sinistra prese posizione contro una frase che trattava una bambina al pari di un pacco di biscotti uscito da una fabbrica e alla fine si scusarono sia Mattioli che Massimo Giannini, all’epoca direttore del quotidiano torinese. Ma ormai la diga era aperta: si chiama slippery slope argument o fallacia della china pericolosa. Si apre un varco e di tappa in tappa ciò che si riteneva impossibile o di cattivo gusto o indicibile diventa dicibile o addirittura luogo comune nella dialettica politica. Così si è arrivati alle frasi dette in arabo dal figlio di Abu Safiya che ha tirato in ballo la piccola Ginevra come se poi la premier italiana avesse una qualche responsabilità nell’arresto di suo padre, ritenuto vicino ad Hamas, da parte dell’Idf.
OPINIONE PUBBLICA
Dal 2021 sono passati 5 anni e come si vede la china pericolosa che il dibattito politico ha imboccato non conosce ostacoli né ripensamenti. L’inciviltà nel dibattito politico del resto è ormai merce corrente. È normalizzata pur risultando urticante per una larga fetta dell’opinione pubblica che osserva il degrado della discussione senza prendere esplicitamente parte. Si tratta però di mettersi d’accordo sul concetto di “civiltà”, che non coincide con la buona educazione o con il perimetro del cosiddetto politicamente corretto. Inciviltà non è neanche una semplice mancanza di rispetto dell’avversario, che in un dibattito acceso pur se non giustificabile è elemento che può comparire. Ma se inciviltà diventa disumanizzazione dell’avversario, se lo si fa diventare bersaglio contro il quale tutto e possibile (la foto bruciata, la figura capovolta a evocare Pizzale Loreto, la figlia usata per dire che la madre è crudele o che se la porta in vacanza a spese dei contribuenti) allora giungiamo al termine del pendio scivoloso, oltre il quale c’è la politica ridotta all’urlo isterico, alla resurrezione del nemico da abbattere con ogni mezzo perché tutto diventa legittimo atto di resistenza: oggi difendere chi esalta il pogrom del 7 ottobre, giustificare chi spacca le vetrine e ruba (così si dà lavoro ai vetrai, ha detto un esponente del Pd), domani chissà...




