Per fare una maschera della caratura di Mandi Mandi, ci vuole un comico di spessore. E per fare un comico di spessore, ci vuole un fisico bestiale, modellato sin da piccino da una lotta senza esclusione di colpi con la vita. Leggendo l’autobiografia di Marco Milano, intitolata Mandi Mandi. Il saluto friulano che ha conquistato l’Italia, si chiarisce meglio quel verso di Jannacci che diceva «forse adesso hai capito come nascono i comici». La vis comica non nasce sotto un cavolo. Ci vuole un imprinting di avversità, e Milano ha dovuto passeggiare sui carboni ardenti dell’esistere sin dall’età più tenera. Forse non è un caso che Gaspari, la casa editrice che ha pubblicato i suoi mémoires, Mandi Mandi, sia specializzata nelle narrazioni del primo conflitto mondiale: pure Marco, a modo proprio, combatte da quando è nato le sue personalissime Grandi Guerre. Infanzia pugliese di severi patimenti, tra le sofferenze di un collegio-caserma e la convivenza con un patrigno sinistro, che faceva del male a lui e alla sua mamma, fino alla scelta drastica di fuggire da quell’inferno domestico e raggiungere, solo come un cane, suo padre a Milano. Nel capoluogo lombardo lo attendeva l’obbligo di diventare adulto presto, inanellando lavori umili. Sentiva il bisogno di un riscatto, e quel riscatto arrivò con la gioia di far ridere gli altri. Dagli anni ’80 con la gavetta al Derby Club e l’incontro con Cecchetto, fino a Mai dire Gol e l’annessa deflagrazione del suo Mandi Mandi, l’inviato dinoccolato e foriero di superlativi che proveniva dal Friuli, in omaggio a una regione d’Italia che Marco scoprì una volta per caso, innamorandosene da quella volta lì perdutamente. Ha sempre avuto le carte, Milano, per spopolare di più ancora, ma non gli hanno mai perdonato la più imperdonabile tra le colpe: di essere un uomo libero, fuori dalle conventicole.
Marco, si sente dalla voce che vivi un momento di tranquillità. La quiete dopo la tempesta...
«Superati quegli eventi che in passato hanno minato la mia stabilità, ho trovato un bell’equilibrio, e questo è avvenuto grazie alla mia compagna, portatrice sana di gioia di vivere».
Questa autobiografia, più che il consuntivo di una vita, potremmo considerarla un “primo tagliando”.
«Ed io non posso che ringraziarti per l’ottimo auspicio. L’idea di scriverla è nata per fornire una lezione di resilienza. Vorrei dare una speranza a chi ancora sta camminando sui propri cocci».
Leggendo il libro, si scopre che hai trascorso una giovinezza ostica. Oliver Twist, al confronto, stava in panciolle...
«Diciamo che ho preso alla lettera l’archetipo del comico dietro cui si staglia l’ombra della tristezza. Chaplin, che è l’Everest della comicità e non solo, in una delle sue massime più note diceva “mi piace camminare sotto la pioggia, così nessuno può vedermi piangere”».
Mandi Mandi è più che una maschera: è un supereroe. Alle cattiverie del mondo, reagisce col muro di gomma della gentilezza superlativa...
«Una gentilezza la sua che disarma, che disinnesca anche i più malvagi. Permettimi di ricordare il grande Vianello il quale mi disse, a quattr’occhi, che Mandi era una grande innovazione perché non si era mai vista prima una maschera friulana».
Pensa se la hit storica di Mandi, il cui ritmo martellava Sei bellissima, simpaticissima, elegantissima, venisse ripescata in campagna elettorale dall’entourage di Meloni o di Schlein...
«Sarebbe una gran bella idea, specie se avessero l’accortezza di non scordare i diritti d’autore, eheh. Unica avvertenza: nel brano, dopo l’aggettivo “elegantissima”, viene “rovinatissima”. Vedano loro. Dipende dal livello di autoironia che possiedono...».
Nella vita si può litigare, ma anche rappacificarsi. Cos’è che ha fatto scattare il cortocircuito definitivo con la Gialappa’s?
«Con me hanno mostrato una volontà di piegarmi al loro volere che non riuscivo più a tollerare. L’affermazione di Santin, il quale di fronte ad alcune mie legittime rimostranze rispose “cos’è, la rivolta degli schiavi?”, fu uno dei punti di non ritorno. Non ci siamo mai rappacificati e in tutta sincerità, il fatto che Mandi Mandi non venga menzionato nel film che Veltroni ha dedicato alla Gialappa’s non mi crea alcun disagio».
Il legame artistico con Teo Teocoli ha radici profonde: siete due “meticci”, che hanno lottato molto per farsi ascoltare...
«Ci accomuna un forte desiderio di riscatto. Una volta Massimo Boldi mi disse “ma come cavolo fai a lavorare con Teo?”. Gli risposi che Teo bisogna saperlo prendere, e che il più delle volte le sue incazzature sono più che motivate, perché derivano da un bisogno di fare il proprio lavoro con la massima serietà e concentrazione».
Come andò quella volta con Ellen Kessler?
«Ero giovane e fidanzato, e per quanto potesse lusingarmi quel cesto di rose che mi fece trovare in camera da letto, credo di aver fatto bene a conservare il bel ricordo dell’esperienza lavorativa insieme, senza intromettere i sentimenti».
E quella volta con Claudio Bisio?
«Ero a teatro che facevo uno spettacolo con Teo, dal retro del camerino Bisio mi apostrofò con un delicatissimo “ciao testa di c****”. Uno si può domandare, legittimamente, cosa spingesse Bisio a questo astio, e la risposta presumo sia la seguente: mi ero guadagnato la fama di incontrollabile avendo mandato a quel paese la Gialappa’s. Una scelta di libertà che poi uno paga col pedaggio di venire schernito da quei colleghi che, per non rinunciare ai propri privilegi, diventano “più realisti del re” »
C’è una pattuglia di nerd, particolarmente indomiti, che conserva nella memoria la striscia Tele Mandi, di cui ricorre il trentennale. Vogliamo raccontare ai più giovani chi era Gigi Fasullo?
«Gigi Fasullo è arrivato molti anni prima dell’imitazione di Marzullo a opera di Crozza. Una sera in un locale di Milano entrò Marzullo, e cominciò con le sue solite domande vagamente speculative, alle quali controbattei con un rotondo “ma vaff...”. Nel programma lo parodiai facendogli fare le cose più assurde. Tele Mandi, che andò avanti per cento puntate, era all’insegna di una demenzialità sfrenata che flirtava, in maniera molto giocosa, col politicamente scorretto».
Non ci crederai, ma c’è una cosa che ti accomuna a...Michelle Pfeiffer. Lei è conosciuta a Hollywood per aver rifiutato Thelma e Louise, Basic instinct, Il silenzio degli innocenti, Pretty Woman. Tu, nel tuo piccolo, hai collezionato un po’ di rinunce pesanti...
«Selvaggi di Vanzina è una bella occasione cinematografica che ho declinato per la paura, mai vinta, di prendere l’aereo. Per quanto riguarda Pieraccioni, apri una discreta ferita: dovevo fare, ne I laureati, il ruolo che poi fu assegnato a Ceccherini. Rinunciai perché girare quel film avrebbe significato perdere un casino di contratti in ballo, con le annesse penali. Televisivamente parlando, il rimpianto maggiore è Striscia la notizia. Non potei accettare l’offerta perché l’altra parrocchia di Mediaset premeva per farmi fare dell’altro. Un grosso rimpianto, perché sono sicuro che Mandi a Striscia avrebbe spaccato di brutto».
In conclusione, la gente deve sapere che, con la demolizione di San Siro, verranno demolite anche le cancellate che dipinse il giovane Marco Milano...
«Dura da digerire per la posterità: il Meazza verrà demolito e, con esso, pure le cancellate dello stadio che il giovane Marco pittava con grande perizia. Ma a parte gli scherzi, nella memoria conservo le mie piccole performance calcistiche in quel manto, insieme ai grandi campioni. Per non parlare, da friulano adottivo, di quella volta che divisi il campo con Zico. Nel tunnel che precedeva l’ingresso, Zico senza volerlo mi rifilò un calcio negli stinchi. Vidi le stelle, ma era pur sempre un calcio di Zico».




