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IL FREDDO CHE SALVA IL CUORE

La crioablazione per affrontare
le cause della fibrillazione atriale

19 Febbraio 2016

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È il disturbo del ritmo cardiaco più diffuso in assoluto. La fibrillazione atriale spesso insorge con l’avanzare dell’età e si calcola che riguardi un anziano su dieci intorno agli 80 anni e una persona ogni 200 nella fascia d’età che va dai 50 ai 60 anni. Una malattia diffusissima dunque e in continua crescita, caratterizzata da un battito cardiaco accelerato e irregolare che impedisce la corretta funzione di ‘pompa’ del cuore ed espone chi ne è affetto a un alto rischio trombosi. Il movimento scorretto e caotico del cuore di chi ha la fibrillazione atriale può infatti generare un ristagno di sangue all’interno delle cavità cardiache, nel quale tendono a formarsi dei coaguli che rischiano di essere poi immessi nella circolazione. I soggetti con fibrillazione atriale hanno un rischio di ictus 5 volte superiore a quello della popolazione generale e le forme di stroke durante questa aritmia tendono ad essere molto gravi. I pazienti con fibrillazione atriale vengono sottoposti a una terapia con farmaci anticoagulanti, per proteggerli quanto più possibile dal rischio di ictus ischemico. La fluidificazione del sangue tuttavia presenta diversi inconvenienti ed espone i pazienti a un rischio più alto di emorragie e ad alcune limitazioni nella vita quotidiana per evitare l’esposizione a traumi.

Una terapia risolutiva. L’esigenza di una terapia che sia risolutiva della fibrillazione atriale ha promosso negli anni la ricerca e lo sviluppo di soluzioni interventistiche tramite l’ablazione, che mira a distruggere i tessuti da cui si origina l’aritmia, bloccando il ‘cortocircuito’ elettrico del cuore. “La nostra équipe ha introdotto la crioablazione diversi anni fa, tra le prime strutture in Italia, e ha curato più di 500 pazienti, riscontrando una grande efficacia di questa tecnica per la cura della fibrillazione atriale, anche rispetto alle altre tecniche di ablazione. Utilizziamo l’energia del freddo, ovvero introduciamo un sottile catetere nella vena femorale all’interno del quale viene fatto scorrere un palloncino gonfiabile fino a raggiungere l’atrio sinistro. Una volta posizionato sui tessuti cardiaci atriali responsabili dell’aritmia, il palloncino viene ghiacciato a temperature di –40°/-50° per alcuni minuti, creando una lesione che li elimina. Rispetto alla classica tecnica con radiofrequenza ‘a caldo’, la crioablazione è un intervento più breve e genera meno complicanze, offrendo ai pazienti un recupero più veloce e un rischio minore di recidive” – spiega il dottor Cesare Storti, responsabile dell’unità di Elettrofisiologia e Cardiostimolazione dell’Istituto di Cura Città di Pavia. “Siamo fieri – aggiunge Storti – di condividere la nostra esperienza in questo settore, oltre che con quei pazienti che non hanno ancora ottenuto una cura con risultati stabili ed efficaci, anche con altri cardiologi”. (LARA LUCIANO)

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