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GASTROENTEROLOGIA

Con il trapianto di microbiota
sopravvivenza + 32 per cento

E’ l’ultima frontiera del trattamento delle temibili infezioni da Clostridium difficile, un germe che colpisce tanti anziani fragili e che può portare a morte per una serie di complicanze. Lo studio del Gemelli di Roma

6 Novembre 2019

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Antonio Gasbarrini

Antonio Gasbarrini

Si chiama Clostridium difficile, ma chi ha avuto la sfortuna di incontrarlo vorrebbe piuttosto chiamarlo ‘terribile’. Questo germe è responsabile infatti di una grave infezione intestinale, che si manifesta all’inizio con una diarrea irrefrenabile e che può portare a morte. Fino a qualche tempo fa, l’unica possibilità di cura era rappresentata da un vecchio antibiotico (vancomicina), che purtroppo però non protegge in caso di recidiva di infezione. Ad essere colpiti sono in genere i più anziani o le persone rese fragili da malattie croniche; l’infezione è facilitata inoltre dall’uso di alcuni antibiotici e dai gastro-protettori. “Il C. difficile – spiega il professor Antonio Gasbarrini, direttore dell’area Medicina Interna, Gastroenterologia e Oncologia medica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e ordinario di Gastroenterologia all’Università Cattolica – è un batterio che risiede in forma latente nell’intestino di una quota consistente (circa il 30 per cento) delle persone (portatori sani); l’infezione si manifesta solo quando il microbiota intestinale sano del soggetto viene debilitato, come in caso di massicce e ripetute terapie antibiotiche”.

Guerra ‘biologica’ contro il Clostridium difficile. Da qualche anno, questa terribile infezione può essere combattuta anche in un modo alternativo  rispetto agli antibiotici, con una vera e propria ‘arma’ biologica, il trapianto di microbiota (un tempo chiamato ‘trapianto fecale’). Le feci delle persone sane contengono infatti dei germi (il cosiddetto microbiota intestinale) in grado di combattere e sconfiggere il temibile Clostridium difficile. Questa terapia di frontiera, iniziata in sordina e in modo pionieristico (uno dei centri che l’ha sperimentata per prima, fino a diventare un centro di riferimento è il Policlinico Gemelli di Roma) è diventata ormai uno standard di trattamento nelle recidive delle infezioni da Clostridium difficile. E ce ne sarebbe già di che essere molto soddisfatti.

I risultati dello studio di Annals of Internal Medicine. Ma adesso, dalle pagine di Annals of Internal Medicine, arriva la notizia che il trapianto di microbiota offre dei benefici che vanno ben al di là della ‘semplice’ guarigione della colite da Clostridium difficile. Questo trattamento si è infatti rivelato efficace anche nel proteggere dalla setticemia, un’infezione del sangue, in questo caso causata da batteri intestinali, che può andare a complicare l’infezione da Clostridium, mettendo ulteriormente a rischio la vita del paziente. Basti pensare che le setticemie correlate da infezione da Clostridium difficile portano a morte un paziente su due. Lo studio appena pubblicato, condotto dal professor Gasbarrini, ha coinvolto 290 pazienti, che presentavano una recidiva di colite da Clostridium difficile; 109 di loro sono stati sottoposti a trapianto di microbiota fecale, i restanti 181 a terapia antibiotica. 5 pazienti del gruppo sottoposto a trapianto di microbiota, contro 40 pazienti del gruppo trattato con antibiotici ha successivamente sviluppato una setticemia. Dopo aver effettuato tutta una serie di adeguamenti statistici, legati alle diverse caratteristiche dei pazienti appartenenti ai due gruppi di pazienti, per arrivare a confrontare solo i pazienti con caratteristiche analoghe tra loro, è emerso che i soggetti trapiantati presentavano un rischio ridotto del 23 per cento di sviluppare in seguito una setticemia e mostravano inoltre una sopravvivenza a tre mesi superiore del 32 per cento rispetto ai soggetti trattati con terapia antibiotica. A risultare nettamente ridotta nel gruppo dei trapiantati è risultata la durata del ricovero ospedaliero (14 giorni in media in meno dei pazienti trattati con antibiotici).

“E’ proprio questo il risultato più sconvolgente del nostro studio – commenta il dottor Gianluca Ianiro, gastroenterologo presso l’Area Medicina Interna, Gastroenterologia e Oncologia medica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e primo autore dello studio – I pazienti trattati con trapianto di microbiota hanno un tasso di sopravvivenza complessiva superiore di circa un terzo, rispetto ai pazienti trattati con antibiotici. Per la prima volta abbiamo dimostrato che il trapianto fecale migliora la sopravvivenza complessiva di questi pazienti, che mediamente sono di base molto fragili e defedati ed è il motivo per cui sviluppano tale infezione. Questo vuol dire che la rigenerazione del microbiota sano riesce a riequilibrare il microambiente intestinale e a ripristinare le funzioni vitali del microbiota, come quella di regolazione del metabolismo e delle funzioni immunitarie. Vista inoltre la riduzione della lunghezza media dei ricoveri ottenuta grazie al trattamento con trapianto di microbiota – conclude Ianiro – riteniamo che sia anti-economico non avere a disposizione tale metodica in ogni ospedale”.

Le stragi silenziose da Clostridium difficile. Le infezioni da Clostridium difficile provocano circa 29 mila morti l’anno negli Usa; queste infezioni stanno diventando sempre più frequenti; la loro gravità e la probabilità di recidivare stanno inoltre aumentando. Dopo il primo episodio, un paziente su 5 è a rischio recidiva, che risponde poco alla terapia antibiotica; questo espone il paziente al rischio di una delle tante gravi complicanze dell’infezione da Clostridium difficile (colite pseudomembranosa, megacolon tossico, perforazione, setticemia, morte). La spesa per queste infezioni negli Usa è stata stimata intorno a 5 miliardi di dollari l’anno e parte di questa spesa è dovuta ad una maggior durata dei ricoveri. “Il trapianto di microbiota - conclude il professor Gasbarrini – ha cambiato la storia naturale di tale patologia. Vi è un gran numero di evidenze (da numerosissimi studi in aperto e trial randomizzati a diverse meta-analisi) che dimostra come il trapianto di microbiota intestinale sia più efficace degli antibiotici nel curare definitivamente l’infezione ricorrente da C. difficile”. (MARIA RITA MONTEBELLI)

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