Orion torna dalla Luna e con lei i quattro astronauti della missione Artemis II, ammarati intorno alle 2 di stanotte nell'Oceano Pacifico, non senza un curioso fuoriprogramma.
Dopo il lancio del primo aprile da Cape Canaveral, il rientro sulla Terra ha rappresentato il passaggio più critico dell’intera missione. A bordo, oltre all’equipaggio, anche centinaia di immagini raccolte durante il sorvolo del lato nascosto della Luna, ora pronte per essere analizzate dalla Nasa.
Il viaggio di ritorno si è concluso dopo circa 400mila chilometri percorsi nello spazio. L’ingresso in atmosfera è avvenuto a oltre 38mila chilometri orari, una velocità pari a 32 volte quella del suono. In questa fase Orion ha dovuto affrontare temperature fino a 2.700 gradi, generate dall’attrito con l’aria.
Proprio il comportamento dello scudo termico era stato uno dei principali motivi di preoccupazione alla vigilia. Già durante la missione senza equipaggio del 2022 erano emerse anomalie, con segni di usura superiori alle attese. Per questo il rientro è stato pianificato con un’angolazione diversa, così da ridurre lo stress termico. Il direttore della Nasa, Jared Isaacman, lo aveva ammesso pochi giorni fa: "Ci penso costantemente, fino a quando non saranno al sicuro in acqua".
Per alcuni minuti, come previsto, la capsula ha perso i contatti con la Terra, affidandosi ai propri sistemi automatici. Intanto il modulo di servizio europeo si è separato, andando incontro alla distruzione in atmosfera. Protetta da piastrelle ceramiche, la capsula ha progressivamente rallentato fino a circa 560 chilometri orari, per poi affidarsi a undici paracadute che ne hanno ridotto ulteriormente la velocità fino all’impatto controllato con l’oceano.
L’ammaraggio è avvenuto al largo di San Diego, dove una nave militare attendeva per il recupero. Ma le operazioni non si sono svolte come previsto. Le forti correnti hanno reso difficile stabilizzare la capsula e impedito ai gommoni di agganciarla correttamente. I sommozzatori hanno tentato di fissare il collare di galleggiamento mentre personale medico è salito a bordo per assistere gli astronauti.
Dopo oltre un’ora e mezza di tentativi, è stata presa una decisione diversa: evacuare direttamente l’equipaggio in mare aperto. I quattro astronauti sono stati trasferiti sui gommoni e quindi recuperati dagli elicotteri della Marina, raggiungendo la nave circa due ore dopo l’ammaraggio. Un epilogo più complesso del previsto, ma concluso senza conseguenze.




