Il rituale mediatico è sempre lo stesso e puntualmente viene rinnovato: titoli terrorizzanti, mappe colorate di rosso e proiezioni catastrofiche. Come il rapporto pubblicato sul sito di Focus, intitolato “The Future We Don’t Want”, il futuro che non vogliamo, della rete internazionale “C40 cities”, secondo il quale «entro il 2050 oltre 570 città costiere saranno esposte all’innalzamento del livello del mare e a inondazioni sempre più frequenti, con più di 800 milioni di abitanti a rischio. La situazione peggiorerà se non si prenderanno contromisure urgenti a livello globale, non solo relative al riscaldamento, ma anche a situazioni quali subsidenza (abbassamento del suolo), estrazione dell’acqua, erosione o perdita di sedimenti».
E si parte con l’elenco delle condannate, con nomi eccellenti: Miami, Città del Messico, New Orleans, Bangkok, l’immancabile Venezia... Il risultato è che se il cambiamento del clima richiede ovviamente attenzione, dall’altro l’approccio del conto alla rovescia finisce per trasformare tutta la questione in un dogma apocalittico, una guerra del “noi contro tutti”, dove il “noi” sono gli illuminati ambientalisti difensori di Madre Terra e gli altri siamo noi puzzoni che le Cassandre le prendiamo con le molle. Era il 2009 quando Al Gore, alla Cop15, sosteneva che «c’è il 75% di possibilità che entro 5 o 7 anni l’intera calotta polare artica scompaia durante l’estate». Ed era il 2018 quando Greta Thunberg condivise sull’allora Twitter un articolo in cui si sosteneva che l’umanità sarebbe stata cancellata entro il 2023 dal cambiamento climatico se non si fosse azzerato l’uso dei combustibili fossili. A sparire invece, è stato proprio quel tweet.
L'ultimo delirio Verde, prezzi imposti a Cracco
Consigliamo allo chef Carlo Cracco di inserire un nuovo piatto nei suoi menù: zucche vuote. Basta ispirarsi agli ...Sono queste emblematiche cartine tornasole a spiegare come a fare danni non sia solo l’inquinamento ambientale ma anche l’ecofollia allo sbaraglio, gli scienziati improvvisati che affrontano il problema formulando profezie, coprendo di vernice le opere d’arte, paralizzando le strade e colpevolizzando i cittadini. Soprattutto quelli europei, che però alla resa dei conti sono fra i minori responsabili del fenomeno messo nel mirino; l’intera Unione Europea incide per meno dell’8% sulle emissioni di gas serra, una quota in costante calo grazie a politiche di efficientamento rigorose e costose; l’Italia «climafreghista», come accusa il ripetitivo Angelo Bonelli, con tutto il suo apparato industriale ed energetico, è responsabile di appena lo 0,8% circa delle emissioni globali di gas serra. Un soffio nel vento. Il tutto a ricordarci che gli effetti del climate change (ammesso e non dimostrato che siano esclusivamente colpa del fattore antropico) si combattono e correggono con l’ingegneria, l’innovazione e piani sostenibili che non distruggono il tessuto economico e sociale dei Paesi, non con le ideologie. Lo dimostra proprio il caso di Venezia: ricordate le infinite e sciagurate campagne degli ambientalisti contro il Mose?




