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L'enigma quinoa, lo pseudocereale che non sa di nulla

Non ha un’identità. Da un punto di vista geografico la sua culla è l’altopiano andino che comprende #Bolivia, Perù ed #Ecuador, il triangolo delle Bermuda dell’ars culinaria
di Andrea Tempestinivenerdì 5 giugno 2026
L'enigma quinoa, lo pseudocereale che non sa di nulla

2' di lettura

A me non piacciono le birre scure né le moto da James Dean, ma capita che mi emozionino le stronzate che si dicono nei film. Questo per dire che per quanto dissenta dal significante (la strofa degli 883, “Non me la menare”, brano iconico), il significato lo sposo in toto: il mondo è sovrappopolato da cervelli fumanti, esegeti di una modernità pipparola e castrante. Non sto parlando di “wokismo” (dibattito che francamente ha frantumato i cabbasisi) ma della quinoa. Tempo d’estate, tempo di scodelle ripiene di nulla.

Le basi: cos’è, la quinoa? Da un punto di vista botanico è classificata come “pseudocereale”, ne consumiamo i semi. Ergo, non ha un’identità. Da un punto di vista geografico la sua culla è l’altopiano andino che comprende Bolivia, Perù ed Ecuador, il triangolo delle Bermuda dell’ars culinaria: popoli a me tanto cari quanto rovinosamente scarsi in cucina. Evidenze archeologiche ne collocano i primi impieghi 7mila anni fa, la domesticazione dello “pseudocereale” risale al 4000 a.C. Nessuno, per migliaia di anni e per ovvie ragioni, l’ha mai considerata.

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Quando nel XVI i conquistadores spagnoli si presero il triangolo andino la eradicarono in favore di orzo e frumento: sopravvisse grazie a sparute e remote enclave d’altura. Poi un meritato oblio millenario, fino a che a rilanciare l’insapore stravaganza ci pensò l’Onu: 2013, le Nazioni Unite promossero l’Anno Internazionale della quinoa, mera eccentricità green, un “Anno Internazionale” non lo si nega a niente e nessuno. Ma funzionò. Un mondo che andava popolandosi di cervelli verdi e fumanti ne scoprì le supposte virtù: senza glutine (mannaggia a voi...), molte fibre e minerali, buon apporto proteico.

Sì, ma il sapore? Castrato, considerato residuale dagli ideologi del “superfood”, anglicismo dei più aberranti, tra quelli che fotografano al meglio il collettivo rimbecillirsi. Poiché oltre “il nulla” non riuscivo a digitare, ho chiesto al mio amico intelligente artificiale di descrivere il sapore della quinoa. Risposta: «Non è semplicissimo (...). Delicato, leggermente erbaceo, vagamente nocciolato. Non possiede la dolcezza del mais né il carattere deciso del grano saraceno». Avverbi ed esclusioni: la descrizione del “niente”. Chi sostiene che il punto forte sia la consistenza mente a se stesso: è come sgranocchiare un foglio di pluriball, il film a bolle d’aria per imballaggi.

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La quinoa risulta edibile solo se ultra-condita con qualsivoglia ingrediente, ma qualsivoglia ingrediente risulterebbe più appetibile in purezza. Ho condotto una breve ricerca su citazioni dello “pseudocereale” tra cinema, arte e letteratura. Risultato? Zero risultanze. Conclusioni: la quinoa non esiste (già detto); l’Onu è dannoso; l’umanità veleggia verso l’auto-annientamento.

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