Libero logo

Sclerosi multipla, i globuli rossi possono "insegnare" a non attaccare i nervi

di Paola Natalimartedì 22 settembre 2026
Sclerosi multipla, i globuli rossi possono "insegnare" a non attaccare i nervi

4' di lettura

Una nuova strada per la sclerosi multipla parte da una delle cellule più comuni del nostro organismo: i globuli rossi, un gruppo di ricercatori li ha utilizzati come una sorta di veicolo per portare al sistema immunitario alcune proteine della mielina e insegnargli a non attaccarle. I primi risultati, pubblicati sulla rivista PNAS, sono interessanti: dopo il trattamento sono aumentate alcune cellule che aiutano a tenere sotto controllo le reazioni immunitarie e si sono ridotte quelle dirette contro la mielina. È ancora uno studio iniziale, ma l’approccio potrebbe aprire una strada diversa rispetto alle terapie che oggi cercano soprattutto di ridurre l’attività del sistema immunitario.

Nella sclerosi multipla il sistema immunitario commette un errore: invece di proteggere l’organismo, finisce per attaccare la mielina, la sostanza che riveste le fibre nervose e permette ai segnali di viaggiare correttamente. Quando la mielina viene danneggiata possono comparire problemi di movimento, vista, equilibrio, sensibilità e altre manifestazioni neurologiche, da anni la ricerca cerca quindi di trovare un modo per fermare questo attacco senza indebolire in modo generale le difese dell’organismo. L’idea dello studio pubblicato su PNAS è proprio questa: non spegnere il sistema immunitario, ma provare a fargli capire di nuovo che cosa deve lasciare in pace. I ricercatori hanno prelevato i globuli rossi dagli stessi pazienti e li hanno modificati in laboratorio, legando alla loro superficie sette piccoli frammenti di proteine presenti nella mielina. Una volta reinfusi, questi globuli rossi vengono riconosciuti e smaltiti dall’organismo. Ed è proprio durante questo processo che dovrebbe arrivare il messaggio al sistema immunitario: quei frammenti appartengono all’organismo e non devono essere attaccati.

Il trattamento è stato sperimentato in uno studio clinico di fase Ib, quindi ancora nelle prime fasi della ricerca sull’uomo. L’obiettivo principale era verificare sicurezza e tollerabilità, ma gli studiosi hanno anche osservato come cambiavano le cellule del sistema immunitario dopo la somministrazione. Ed è qui che sono arrivati i dati più interessanti: nei pazienti trattati sono aumentate alcune cellule T regolatorie, cioè cellule che hanno il compito di tenere sotto controllo le risposte immunitarie. Allo stesso tempo si è osservata una riduzione delle risposte delle cellule T che riconoscono la mielina e possono contribuire al processo autoimmune. In altre parole, il trattamento sembra aver spostato l’equilibrio del sistema immunitario verso una maggiore tolleranza. Non significa che la sclerosi multipla sia stata curata, né che il danno già provocato dalla malattia sia stato cancellato. Significa però che i ricercatori hanno osservato nell’uomo il tipo di cambiamento immunologico che stavano cercando.

Anche alcuni esami utilizzati per seguire l’attività della malattia hanno dato indicazioni interessanti. Tra questi c’è il neurofilamento a catena leggera, o NfL, una proteina che può aumentare quando sono presenti danni alle cellule nervose. Nel corso dello studio i suoi livelli si sono ridotti. È un dato che merita attenzione, ma che dovrà essere confermato in studi più grandi e soprattutto seguito nel tempo. La strategia non nasce dal nulla invatti la possibilità di utilizzare cellule del sangue per presentare gli antigeni della mielina in modo da favorire la tolleranza immunitaria era già stata studiata in precedenza. Una revisione pubblicata su Nature aveva raccolto le evidenze disponibili su questo approccio e sui meccanismi che possono portare il sistema immunitario a riconoscere quegli antigeni senza reagire contro di essi. Il nuovo studio su PNAS porta però questa idea un passo più avanti, perché la sperimentazione è stata effettuata su persone con sclerosi multipla. I risultati suggeriscono che una singola somministrazione può produrre cambiamenti misurabili nelle cellule del sistema immunitario.

La prudenza, però, resta indispensabile. Lo studio è di fase Ib e coinvolge un numero limitato di pazienti, non basta quindi per stabilire se questo trattamento riduca davvero le ricadute, rallenti la progressione della malattia o prevenga nel lungo periodo il danno neurologico. Per arrivare a una risposta serviranno studi più ampi, con un numero maggiore di pazienti e un confronto con le terapie già disponibili. L’aspetto più interessante della ricerca è forse proprio il cambio di prospettiva, oggi molti trattamenti per la sclerosi multipla agiscono riducendo o modificando l’attività del sistema immunitario. Qui l’obiettivo è diverso: provare a rieducarlo, facendogli riconoscere nuovamente ciò che appartiene all’organismo. E così i globuli rossi, cellule che normalmente conosciamo soprattutto per il loro compito di trasportare ossigeno, diventano in questo studio una sorta di messaggeri. Portano al sistema immunitario un’informazione precisa e provano a correggere un errore alla sua origine.

È ancora presto per sapere se questa strategia diventerà una terapia. Ma il principio è interessante e potrebbe rappresentare, se confermato dalle prossime sperimentazioni, una delle direzioni future della ricerca sulla sclerosi multipla: non soltanto bloccare le difese che sbagliano bersaglio, ma insegnare loro a riconoscere ciò che non devono attaccare.