Libero logo

Paralisi facciale, cosa c'è dietro: il segreto del nostro cervello

di Paola Natalimartedì 22 settembre 2026
Paralisi facciale, cosa c'è dietro: il segreto del nostro cervello

4' di lettura

Un sorriso, una smorfia, uno sguardo di paura o un’espressione di rabbia: spesso capiamo al volo quello che sta provando un’altra persona. Ma come facciamo? Non soltanto guardando il suo viso, anche il nostro volto, e in particolare i suoi circuiti sensomotori, sembra partecipare alla lettura delle emozioni. A mostrarlo è uno studio coordinato dall’Università di Padova, in collaborazione con l’Università di Parma e altri centri di ricerca, pubblicato sulla rivista PNAS. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno studiato anche persone con paralisi facciale, una condizione che ha permesso di osservare che cosa succede quando la possibilità di muovere i muscoli del volto è ridotta. Riconoscere l’emozione sul volto di qualcuno sembra una capacità semplice e automatica, se vediamo una persona sorridere pensiamo alla felicità, se la vediamo corrugare la fronte possiamo leggere rabbia o preoccupazione, ma le cose cambiano quando l’espressione è meno evidente. Un volto può comunicare emozioni diverse, può essere appena accennato, oppure il movimento dei muscoli può essere così lieve da lasciare spazio a più interpretazioni.

Ed è proprio quando il volto diventa difficile da leggere che, secondo lo studio pubblicato su PNAS, entra maggiormente in gioco il nostro stesso sistema sensomotorio. In pratica, il cervello non si limita a osservare quello che vede, ma sembra utilizzare anche informazioni legate ai movimenti del volto per aiutarsi a interpretare l’espressione dell’altra persona. Per capire meglio questo meccanismo, gli studiosi hanno coinvolto 185 persone in tre diversi studi,  tra loro c’erano adulti senza problemi neurologici, persone con paralisi facciale comparsa nel corso della vita e persone con paralisi facciale congenita legata alla sindrome di Möbius. In quest’ultimo caso la difficoltà a muovere i muscoli del volto è presente fin dalla nascita.

Il confronto ha permesso ai ricercatori di osservare un particolare legame: nelle persone con paralisi facciale, quanto maggiore era la capacità residua di muovere il volto, tanto migliore risultava il riconoscimento delle espressioni più difficili da interpretare. Il rapporto emergeva soprattutto davanti a espressioni non prototipiche, cioè non immediatamente riconoscibili come un sorriso pieno o un volto chiaramente arrabbiato. È un risultato che aiuta a spiegare una sensazione che tutti abbiamo sperimentato. Davanti a un’espressione molto chiara non abbiamo bisogno di fare grandi ragionamenti: la riconosciamo quasi immediatamente, ma se il volto dell’altra persona mostra un’emozione appena accennata, il cervello deve lavorare di più. Ed è proprio in queste situazioni che il contributo del sistema sensomotorio sembra diventare più importante.

Lo studio suggerisce anche che l’esperienza maturata fin dall’infanzia potrebbe avere un ruolo. Chi cresce muovendo il proprio volto e osservando continuamente le espressioni degli altri potrebbe costruire nel tempo una sorta di “mappa” più efficace per interpretare quello che vede. I dati sulle persone con sindrome di Möbius, che hanno avuto una diversa esperienza motoria del volto fin dalla nascita, vanno proprio in questa direzione. I ricercatori hanno utilizzato anche l’elettroencefalografia, l’EEG, per osservare l’attività cerebrale. Nelle persone con sindrome di Möbius sono emerse differenze nella comunicazione tra le aree coinvolte nell’elaborazione dei volti e quelle sensomotorie. È un altro elemento che sostiene l’idea di una collaborazione tra ciò che vediamo e ciò che il nostro sistema motorio “sa” del volto.

La scoperta non significa che per capire se una persona è triste o felice dobbiamo necessariamente muovere il viso. E non significa neppure che chi ha una paralisi facciale non sia in grado di riconoscere le emozioni. Il lavoro mostra qualcosa di più sottile: il sistema sensomotorio sembra dare una mano soprattutto quando l’informazione che arriva dagli occhi non è sufficiente o è difficile da interpretare. È una prospettiva interessante anche per comprendere meglio quanto il corpo e il cervello siano collegati. Per molto tempo il riconoscimento delle emozioni è stato studiato soprattutto come un processo visivo: guardiamo un volto, lo confrontiamo con ciò che abbiamo imparato e attribuiamo un significato a quell’espressione. La ricerca pubblicata su PNAS suggerisce che il meccanismo sia più ricco e che, almeno in alcune situazioni, il cervello utilizzi anche l’esperienza del proprio corpo per capire quello degli altri. In fondo, è un meccanismo che utilizziamo continuamente senza accorgercene, quando parliamo con qualcuno non ascoltiamo soltanto le parole e non guardiamo soltanto il volto. Mettiamo insieme voce, sguardo, movimenti, espressione e quello che il nostro stesso corpo ci permette di riconoscere. E forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della scoperta: per capire davvero che cosa prova una persona che abbiamo davanti, il nostro cervello potrebbe non limitarsi a guardare il suo volto. In parte, potrebbe “passare” anche dal nostro.