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Nadia Toffa, il durissimo attacco di Filippo Facci: "Ora trasforma il cancro in un dono"

Davide Locano
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Pure il libro. Siamo alla spettacolarizzazione del tumore e alla sua trasformazione in core-businnes di un' attività pseudo-giornalistica: avremmo voluto non tornarci più sopra, sul penoso "caso Nadia Toffa", ma la banalizzazione dei malati che questa signorina sta perpetuando è più importante di lei e della sua egolatria. Ora siamo al libro in cui la Toffa spiega «come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga in un dono». Eccolo il messaggio numero 2: il tumore può essere un dono. Il primo messaggio invece era del febbraio scorso: si presentò in tv e disse «ho avuto un cancro... i medici mi hanno tolto il cento per cento del tumore, ho fatto una chemio e una radio preventive... non lo sapeva nessuno e ora ve ne posso parlare». Perché sono guarita. Il messaggio, cioè, era che bastano due mesi per accorgersi di avere un tumore, asportarlo interamente, fare una chemio e radioterapia e poi tornare in onda: come se il cancro fosse stato quella cosa lì, due mesi e una parrucca e via, «non siamo malati, siamo guerrieri, chi combatte contro il cancro è un figo pazzesco». Il cancro come rapido pacchetto ospedaliero, breve come un servizio delle Iene, come a dire: «Vedete?, io ce l' ho fatta, uscite allo scoperto». Speriamo che nel libro, almeno, ammetta che il primo messaggio era una triste cazzata: se la morale era «sono guarita», infatti, la verità è che non era guarita per niente. Era come tanti servizi che aveva fatto per le Iene: notizie non verificate. Tempo un mese, infatti, ed eccola da Maurizio Costanzo a spiegare che no, «non sono guarita». Ma ormai era nel vortice. Non è chiaro che cosa vi fosse di «coraggioso» nella mancanza di riserbo e nell' incapacità psicofisica di tenere per sè qualcosa che, altrimenti, avrebbe potuto divorarla: di questo tipo di reazione occorre avere il massimo rispetto, beninteso, parlarne in effetti può essere una maniera di non sprofondare nella depressione: più che un coraggio di parlarne, però, è una rispettabile incapacità di non farlo. Leggi anche: "Non so chi vincerà": il toccante messaggio di Nadia Toffa Ma farlo in televisione è un' altra cosa. Trasformarlo in messaggio mediatico è un' altra cosa. Ergersi a esempio leonino, come a dire «se ce l' ho fatta io», quando c' è gente che in due mesi non riesce ad avere una diagnosi, è un' altra cosa. I tumori della gente comune sono fatti di penose prenotazioni, di gente che muore senza sapere di che cosa soffrisse, di altra gente data per guarita decine di volte, di chemio e radioterapie che fanno schifo o che l' organismo rifiuta, di bambini e genitori disperati e - loro sì - eroici anche se poi, la sera. magari devono apprendere che le conduttrici guariscono in due mesi: si diano una mossa. Non era guarita: ma si pensava che almeno avesse imparato la lezione. Mascchè. Ormai doveva tenere la parte, quella della malata di cancro che lo racconta senza pudori e che d' un tratto esalta la chemio e radioterapia («le uniche cure sono quelle», ha detto) dopo aver fatto servizi giornalistici su mezzi stregoni secondo i quali i tumori andavano curati con l' aloe, con estratti di veleno di scorpione e altre scemenze propinate a milioni di telespettatori. Va detto che un' autocritica decente, su questo, non l' abbiamo sentita: sarebbe stato l' unico messaggio che le spettava appieno. E ora siamo al libro, denso di positivismo surreale: «Sono riuscita a trasformare il cancro in un dono, un' occasione, una opportunità... una rinascita, un nuovo equilibrio». Da invidiarla. «Non ho mai sospeso la vita per la malattia, per il cancro, e nessuno dovrebbe farlo. Ecco come ci sono riuscita io. E se ci sono riuscita io... Ci può riuscire chiunque». È il messaggio di cui prima, una nuova frontiera del giornalismo: dal metodo Boffo al metodo Toffa. «Non sospendiamo la vita per colpa del cancro. Non diamogliela vinta, dobbiamo sorridere sempre» ha scritto su Instagram nel fare pubblicità al suo libro. Una speranza anche per le 200 donne, malate di cancro, che nel marzo scorso scrissero una lettera aperta a tutti i giornali: «Non siamo delle fighe, siamo dei rottami». Questo prima di elencare i moltissimi esami clinici a cui dovevano continuamente sottoporsi, le difficoltà a mantenere il proprio lavoro e un rapporto dignitoso con il proprio uomo. La lettera purtroppo non ebbe diffusione o quasi. Ora però c' è il libro della Toffa. di Filippo Facci

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