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Ilva, Ciafani (Legambiente): "Aia passo in avanti ma accorciare i tempi"

Il vicepresidente dell'associazione, intervenuto oggi ai 'Dibattiti Adnkronos', commenta la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale per l'azienda di Taranto: "Ora chiudere l'altoforno 5, quello che dà luogo alla maggior produzione di acciaio e procedere alla copertura dei parchi minerari"

22 Ottobre 2012

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Ilva, Ciafani (Legambiente): "Aia passo in avanti ma accorciare i tempi"
Il vicepresidente dell'associazione, intervenuto oggi ai 'Dibattiti Adnkronos', commenta la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale per l'azienda di Taranto: "Ora chiudere l'altoforno 5, quello che dà luogo alla maggior produzione di acciaio e procedere alla copertura dei parchi minerari"

Roma, 22 ott. - (Adnkronos/Ign) - "Siamo arrivati alla fine di questo percorso molto tortuoso e finalmente, con la nuova Aia rilasciata dal ministro Clini, archiviamo quella vergognosa che era stata rilasciata nell'agosto del 2011 dal ministro Prestigiacomo e che noi definimmo come un'Aia scritta quasi sotto dettatura da parte dell'azienda. Non avevamo bisogno di leggere le intercettazioni telefoniche dell'estate del 2012, in cui emergeva questo fitto scambio di informazioni tra azienda e funzionari del ministero". Così, Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente, intervenuto oggi ai 'Dibattiti Adnkronos' in diretta streaming sul sito Ign, www.adnkronos.com, commenta la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale per l'Ilva di Taranto. (VIDEO)

"Quest'Aia è un passo in avanti - aggiunge - ci sono però dei punti oscuri e sui quali bisogna fare più in fretta". Innanzi tutto "chiudere l'altoforno 5, quello che dà luogo alla maggior produzione di acciaio all'interno del siderurgico di Taranto: entro il 2014 è un tempo troppo lungo", poi "procedere alla copertura dei parchi minerari, entro 36 mesi è un intervallo di tempo che non risponde all'urgenza sanitaria, ambientale e giudiziaria, perché c'è un sequestro in corso che chiede delle cose molto precise che devono essere risolte in tempi brevi".

Per Ciafan il conflitto tra occupazione e tutela della salute, sollevato dalla questione dell'Ilva, "ricorda molto quello che abbiamo vissuto 10 anni fa a Gela quando fu sequestrato il petrolchimico perché la centrale elettrica bruciava quello che allora era un rifiuto, il pet-coke, un residuo della raffinazione del petrolio". "Allora venne chiuso il petrolchimico, ci furono settimane di fermo impianto, i lavoratori e l'intera città scesero in piazza - ricorda Ciafani - l'allora governo Berlusconi e il ministro Matteoli hanno dovuto mettere in campo un colpo di spugna, per far ripartire la produzione, trasformando il rifiuto in combustibile, anche se non cambiava l'entita' del materiale". "E' stato così salvato il problema occupazionale, ma non si è risolto il problema ambientale - aggiunge Ciafani - Forse, con questa nuova Aia a Taranto, si riesce a salvaguardare il problema ambientale e quello sanitario, facendo in modo che questi si integrino con il problema occupazionale che è oggettivo: nella provincia di Taranto, tra diretto e indotto, all'Ilva lavorano tra le 15.000 e le 20.000 persone, pensare di chiudere lo stabilimento è una cosa che non sta più in piedi, ma non deve più produrre in questo modo. Speriamo che la vicenda di Taranto sia la chiave per affrontare il problema occupazionale investendo in tecnologie, innovazione e processi produttivi".

In Italia, infatti, non solo è Ilva a preoccupare. "A Taranto c'è anche la raffineria dell'Eni, il cementificio della Cementir, due inceneritori di rifiuti urbani". Tra i siti industriali che preoccupano, "Gela è il primo", sottolinea Ciafani, ricordando che però in Sicilia "ci sono anche altre aree industriali molto impattanti nella provincia di Siracusa e, risalendo l'Italia, il polo siderurgico di Piombino, l'area petrolchimica di Marghera e quella di Mantova, il siderurgico di Trieste".

Qualcosa, invece, si sta muovendo nella giusta direzione in Sardegna: mentre a Porto Vesme si sta andando verso la dismissione sostanziale del polo metallurgico, "si sta per modificare l'area industriale di Porto Torres e al vecchio petrolchimico fondato sui derivati del petrolio si sta sostituendo la bioraffineria di Eni e Novamont. Un esempio interessante da analizzare perché rappresenta il modello da seguire: non si devono chiudere le aree industriali, ma si devono riconvertire con impianti più innovativi e moderni evitando quello che si è visto in Italia fino ad oggi", sottolinea Ciafani.

Poi c'è Crotone, "una di quelle aree industriali realizzate negli anni in cui i governi cercavano di aiutare l'occupazione del Sud realizzando delle grandi cattedrali nel deserto, magari in zone pregiate: l'area industriale di Siracusa vicino all'area marina protetta, il petrolchimico di Manfredonia all'interno del Gargano e così Crotone - spiega Ciafani - dove c'è un'importante area archeologica. Lì c'è una situazione complicata: un vecchio impianto che va dismesso, discariche da bonificare, tratto di mare da risanare". Insomma, Crotone è la "situazione esemplare di come facciamo ancora fatica ad archiviare il vecchio modo di fare industria nel Paese".

"Per quanto riguarda il sequestro del cementificio messo in campo nei giorni scorsi a Colleferro, si tratta di una storia esemplare su come l'industria debba essere presente ma, per far stare tranquilli i cittadini, ci devono essere controlli stringenti da parte di un ente terzo che deve valutare se le emissioni in atmosfera, i rifiuti prodotti dall'impianto e i rifiuti liquidi rispettano le norme. Nel momento in cui l'azienda non rispetta la legge, l'azienda deve essere chiusa".

Altro tema affontato, quello della bonifica. "Dei 57 siti di interesse nazionale in corso di bonifica, sotto la regia del ministero dell'Ambiente, solo uno è stato bonificato completamente, a cavallo tra la Liguria e il Piemonte. Purtroppo le bonifiche tardano a concludersi per diversi motivi", spiega Ciafani per il quale "a volte c'è una incapacità del pubblico di obbligare e di indirizzare le aziende che devono bonificare perché chi ha inquinato deve bonificare e pagare per la bonifica". Le aziende poi "hanno tutto l'interesse a ritardare gli interventi". Un altro problema "è la mancanza di risorse che fa tardare la conclusione di questo risanamento ambientale nel nostro paese. A 13 anni dalla approvazione della prima legge sulle bonifiche in Italia, in questo campo facciamo ancora fatica", conclude il vicepresidente di Legambiente che porta come esempio quello dell'amianto.

"Abbiamo ancora almeno 20 mln di tonnellate di amianto distribuite sui tetti dei capannoni, delle case, nelle canne fumarie, nelle coibentazioni ed è un problema grave anche perché è molto problematico censire questi manufatti in amianto". La bonifica, aggiunge Ciafani, "è un onere che spetta al proprietario della struttura e bonificare costa ancora troppo. Anche perché non ci sono tanti impianti in Italia per smaltirlo. C'era uno strumento molto efficace che permetteva di bonificare i siti in amianto ed era previsto nel IV conto energia. Sostituire i tetti in amianto con i pannelli fotovoltaici era uno strumento che permetteva di bonificare decine di migliaia di grandi tetti. Nel V conto energia varato dal ministro Corrado Passera questo bonus non c'è più per le grandi superficie ma solo per i piccoli tetti. Un grande errore del ministro perché si era trovato il modo giusto per bonificare i tetti in amianto".

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